Piove, meridione ladro

Quel che è accaduto tra Andria e Corato è terribile e penoso. Ma il “dàgli al governo” di Saviano non è sensato né utile.
Piove, meridione ladro

Roberto Saviano (foto LaPresse)

"Piove, governo ladro" è un’espressione abusata, ma sempre capace di descrivere una certa italica tendenza autoassolutoria. Ieri un importante pensatore meridionale, quale è Roberto Saviano, ha deciso che la pioggia metaforica abbattutasi sulla tratta ferroviaria abbia un unico vero responsabile: il governo ladro che non investe sul sud, che costringe i giovani meridionali a emigrare, che nel caso di specie non ha messo a norma il binario della linea del treno. Poco importa che si tratti ora del governo Renzi, sarebbe potuto essere il governo Berlusconi, l’argomento di Saviano sarebbe stato lo stesso. Intendiamoci, ben venga la promozione degli investimenti al sud, ben venga una maggiore attenzione allo sviluppo sociale, economico e culturale, ma risparmiamoci l’autoassoluzione di noi meridionali sui problemi del meridione.

 

Quel che è accaduto tra Andria e Corato è terribile e penoso, ma non è peggio di quanto accadde in Baviera nel febbraio scorso, quando due treni si scontrarono su un tratto a binario unico dotato peraltro del sistema di controllo PZB 90, controllato appena una settimana prima dell’incidente. Eppure, come ha scritto su Strade Davide Piancone, uno che quel maledetto treno lo ha preso e lo prende da anni, nessuno ha gridato all’arretratezza della Baviera o si è lanciato in operazioni di vittimismo geografico. L’arretratezza del mezzogiorno è troppo spesso un alibi, una scusa chiavi-in-mano pronta a essere usata a ogni occasione utile. E invece la tragedia pugliese dovrebbe diventare l’occasione per aprire una seria discussione per dirci, noi meridionali: “Piove, ci serve un ombrello”.

 

Chi chiede più soldi pubblici tutela l’esistente

La storia dovrebbe averci insegnato che non è possibile nessun processo concreto di modernizzazione e di sviluppo se non endogeno e autonomo. Decenni di assistenzialismo, di investimenti pubblici, di industrializzazione coatta, di università aperte nelle più sperdute città di provincia, di enti pubblici ingolfati di dipendenti, non hanno permesso di sanare la frattura tra nord e sud del paese: pensare che le stesse ricette fallite debbano oggi essere sbandierate come panacea dei mali attuali, è quantomeno illusorio, se non intellettualmente disonesto.

 

Anzitutto, perché dovremmo interrogarci su quanta responsabilità abbiano la società meridionale e la classe politica locale, eletta con oceani di preferenze dagli elettori meridionali, nell’utilizzo delle risorse pompate dal Dopoguerra a oggi. Quelle risorse sono nelle nostre tasche, nelle pensioni dei nostri anziani, nei salari pubblici di oggi e di ieri. E’ antipatico dirlo, è politicamente impopolare, eppure è l’unica chance di squarciare il velo dell’ipocrisia e della retorica del “chiagni e fotti”. Quanti investimenti pubblici e privati, nei settori dei trasporti o dell’energia, sono bloccati dai rappresentanti politici locali e regionali, dalla burocrazia e dai troppi comitati del No-a-tutto? Quanta allergia c’è nel mezzogiorno per la competizione economica, la meritocrazia, l’innovazione tecnologica, l’internazionalizzazione? Di questi ostacoli “domestici” sono testimoni e vittime tantissimi autentici eroi che al Sud provano a vivere, lavorare e intraprendere sperando che un giorno la nostra terra diventi come la California. Eppure la loro voce non viene quasi mai raccolta dai cronisti del sud. Si preferisce essere cantori del sud dei “vinti” verghiani e non del mezzogiorno che vorrebbe e potrebbe fare da solo. Forse perché fa comodo – per citare anche noi Sciascia come ha fatto ieri Saviano – che insieme ai professionisti dell’antimafia il sud sia terra fertile per i professionisti del governoladrismo.

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