Il mondo non si divide tra Tav e regionale

Capire qual è stata la dinamica dell’incidente, individuare le responsabilità e impegnarsi a cercare quei rimedi utili a impedire futuri scontri, dovrebbe essere il punto. Non è così. I commentatori della tragedia pugliese escano dalle contraddizioni del loro nostalgico vagone business.
Il mondo non si divide tra Tav e regionale

foto British Library

E’ accaduta una tragedia, due treni si sono scontrati, molte persone sono morte. Cosa si può fare? Naturalmente capire qual è stata la dinamica dell’incidente, individuare le responsabilità e impegnarsi a cercare quei rimedi utili a impedire futuri scontri. Poi come accade spesso, davanti alle tragedie, molti di noi si dimostrano altruistici – si danno da fare, collaborano, donano il sangue – è un tratto umano, molto nobile. L’altruismo è un’evoluzione dell’egoismo, è solo un’abile previsione delle sventure che ci possono capitare; aiutiamo gli altri affinché gli altri aiutino noi casomai ci trovassimo nelle loro stesse condizioni, così diceva François de La Rochefoucauld. Ma non c’è dubbio: attraverso l’altruismo passano i nostri migliori sentimenti e un ventaglio di emozioni attraverso il quale possiamo conoscere noi stessi e gli altri e costruire insieme cose belle e durature e utili. Quindi probabile che molti di noi, commentatori di fatti (tragici e non) per quotidiani e altro, siano presi da un sentimento altruistico.

 

Almeno a leggere alcuni commenti e titoli di giornali, tanti di noi sembrano preoccupati per la divisione del nostro paese in due tronconi, uno ricco e uno povero, uno ad alta e uno a bassa velocità. Magari molti di noi commentatori stiamo nel troncone ricco e dunque ci preoccupiamo di dar voce a quelli del troncone povero, anche qui, una sorta di sguardo altruistico. Ne descriviamo abitudini e comportamenti, ci sembrano più belli e migliori di quelli che abitano l’altro troncone, quest’ultimi più cinici e pieni di vizi. Insomma si instaura una certa tendenza alla divisione, da una parte c’è un treno di prima classe abitato da signori, vestiti con velluti e ori (per dirla alla Guccini) e hanno facce diverse, e diversa è anche la loro antropologia. Dall’altra un treno pieno di gente che vive giorni magri e difficili. Di sicuro è l’effetto del dolore davanti a due treni devastati, tuttavia non sono sicuro che questa divisione netta sia una maniera efficace per analizzare le situazioni. A prescindere dall’incidente ferroviario, sono figure retoriche che si leggono spesso, e credo ciò sia un vizio di noi intellettuali. A volte per esempio usiamo la tecnica del riflettore, inquadriamo ciò che nell’altro è scostante e  ridicolo, solo per poter vincere facile. Altre volte siamo vittime del bias della disponibilità, riteniamo vere le cose che più facilmente ricordiamo: e le catalogazioni nette sono tra queste.

 

Questa semplificazione riduce il nostro sguardo e la nostra comprensione dei problemi anche se tuttavia, dall’altra parte, va detto, accresce il nostro prestigio come intellettuali. I treni ad alta velocità possono usufruire  di investimenti tecnologici perché rispondono a una domanda ampia, infatti già in un treno ad alta velocità possiamo trovare fasce sociali differenti: i ricchi, il ceto medio e i poveri, gli studenti, le casalinghe, gli impiegati, i pendolari il nord e il sud, questi e altri li potete trovare in un treno ad alta velocità, basta lasciare la prima classe e avventurarsi in coda. C’è poi un altro principio che sostiene questa catalogazione semplificata: vogliamo tutto e gratis. Magari in caso di sciagure siamo pronti a chiedere investimenti per raddoppiare le linee salvo poi contestare, per una sorta di effetto No Tav, gli espropri, i cantieri, eccetera. Amiamo prendere il treno veloce e magari scegliamo la prima classe perché vogliamo più spazio per noi e non incrociare i famosi altri, anzi nemmeno li vediamo che sono tra noi. Se poi i treni lenti hanno problemi chiediamo a gran voce che diventino più veloci, e tuttavia se diventassero davvero più veloci rimpiangeremmo quella lentezza di un tempo, quando le gente era più  povera ma più autentica e non corrotta dalla fretta che la modernità genera, e soprattutto se ne stava per conto suo.

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