E' morto Bernardo Provenzano, ecco chi era il boss di Cosa Nostra

Il capomafia era malato da tempo di cancro ed era detenuto nel carcere di Parma col regime di 41 bis. Ripubblichiamo un suo ritratto di Giuseppe Sottile per raccontare la storia e la cattura del boss di Corleone

E' morto Bernardo Provenzano, ecco chi era il boss di Cosa Nostra

Bernardo Provenzano

Il boss di Cosa Nostra  Bernardo Provenzano è morto a 83 anni, all’ospedale San Paolo di Milano. Era detenuto al carcere di Parma in regime di 41 bis e da anni gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica. Il 12 aprile 2006, all'indomani della sua cattura, Giuseppe Sottile raccontò sul Foglio chi era il boss mafioso. Ripubblichiamo qui il suo articolo, "Bernardo Provenzano, eccolo".


 

Eccolo, il padrino. Se ne sta qui, nel cortile della squadra mobile di Palermo, stordito dalla folla, con gli occhi avvampati d’ira e le labbra affilate, i capelli ben pettinati, gli occhiali bene inforcati e un paio di jeans malamente appiccicati a due gambe malferme. Eccolo finalmente con le manette ai polsi dopo quarantatrè anni di latitanza, dopo mezzo secolo di delitti, misteri e atrocità. Lo hanno catturato ieri in una masseria di Corleone, tra il bosco della Ficuzza, che fu regno sanguinario di Luciano Liggio, e Rocca Busambra, un pizzo di montagna trapanato da mille caverne e da mille foibe buone per nascondere i cadaveri dei picciotti che osavano ribellarsi a Cosa nostra. Eccolo Bernardo Provenzano, capo incontrastato di quei “viddani” che agli inizi degli anni Ottanta scesero dalle campagne e fecero strage, con tritolo e kalashnicov, dei vecchi capi palermitani ancora legati alla mafia dell’edilizia, e si impadronirono di tutti i racket e di tutti i “picciuli”. Chi avrebbe mai detto che un giorno, all’età di settantatrè anni, sarebbe finito in un carcere di massima sicurezza, con la faccia allampata dai flash e costretto a supplicare gli sbirri perché gli dessero un bicchiere d’acqua? Invece il miracolo è riuscito. Ed è riuscito quando ‘u Ziu, sembrava essersi liberato – dopo una rocambolesca trasferta a Marsiglia per un’operazione chirurgica sotto falso nome – di un tumore alla prostata e appariva già pronto per nuove fughe e nuovi travestimenti.

 

Un gran bel colpo, non c’è che dire. Messo a segno dalla polizia di Gianni De Gennaro e dai sostituti procuratori di Giuseppe Pignatone proprio quando il carrettino colorato dei professionisti dell’antimafia affilava le armi per la prossima campagna elettorale della Regione – Totò Cuffaro contro Rita Borsellino – e si preparava a girare in lungo e in largo per i paesi della Sicilia con uno spettacolino cinematografico intitolato non a caso “Il fantasma di Corleone”. Un film firmato da un giovane regista, Marco Amenta, e incardinato attorno alla tesi, ah quanto politicamente corretta, che se Provenzano non è stato catturato in questi ultimi anni si deve esclusivamente al fatto che sono mancate le condizioni politiche necessarie perché ciò avvenisse. Una banalità travestita da impegno civile, che ridotta all’osso significa una cosa sola: ‘u Ziu vive felice e contento, ovviamente libero di mafiare e latitare, perché a Roma c’è un governo presieduto da quel reprobo che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Tesi suffragata da una serie di interviste, immancabili in una docufiction come quella di Amenta; e in particolare da un complesso ragionamento del sostituto procuratore Roberto Scarpinato, che fu pubblico ministero al processo contro Giulio Andreotti e che resta tra i più autorevoli esponenti di quella magistratura impegnata, da una quindicina d’anni, nella riscrittura della storia italiana.

 

Si dà il caso però che Scarpinato, pur avendo indagato su ogni sorta di mistero italiano – ricordate l’inchiesta omnibus denominata “sistemi criminali”? – non abbia mai dato né coordinato la caccia al superboss. Ma che importa? Ieri l’ex braccio destro del procuratore Gian Carlo Caselli, ha preferito fare il gran gesto ed ha voluto essere tra i primi a entrare nella stanza del procuratore aggiunto Pignatone per congratularsi e buttare finalmente alle ortiche ogni antica contrapposizione. La “brillante operazione”, del resto, non poteva che avere come regista Pignatone, un magistrato che negli anni caldi della procura palermitana, quella di Caselli, ha voluto tenacemente tenersi lontano dai riflettori e che dopo la nomina di Piero Grasso a procuratore nazionale antimafia si è ritrovato a guidare la direzione distrettuale.

 



 

A palazzo di giustizia amici e nemici, avvocaticchi e principi del foro, amano chiamarlo “’u dutturiddu”, il dottorino, riconoscendogli così non solo tutta la preparazione necessaria per svolgere il suo mestiere; ma anche quella particolare tendenza al profilo basso, alla discrezione, senza alcuna aspirazione al ruolo di prima donna. Un magistrato normale, insomma. Che con il suo amico Grasso si è dato semplicemente un obiettivo: studiare la “normalità” di un boss, per trovare tra le “normali” abitudini di un mafioso, ingrottato nel suo ambiente come una serpe nell’argilla, l’insenatura che consentisse agli investigatori di violare la sua latitanza. C’è riuscito. “Provenzano è stato catturato grazie a un’indagine investigativa all’antica”, ha tenuto a precisare il procuratore Grasso. “Non vi è stato appoggio esterno, né da collaboratori né da altro. Non lo ha tradito nessuno”.

 

Non solo. E’ stato catturato da poliziotti “normali”, tra i quali riesce difficile trovare rambo o eroi destinati a popolare gli sceneggiati televisivi. Il blitz infatti, è scattato nell’istante in cui gli agenti che tenevano d’occhio il covo da oltre una settimana, hanno raggiunto la certezza che ‘u Zio fosse dentro la masseria e non avesse alcuna via di fuga. Il boss – il piede in fallo è una caduta e la caduta a quella età diventa precipizio, ricordava Gòngora – è stato tradito da un gesto di “vita ordinaria”, ripetuto chissà quante volte durante la lunga macchia. Aveva chiesto alla moglie un po’ di biancheria pulita. E Saveria Palazzolo, che moglie in senso stretto non lo è mai stata perché la latitanza non ha consentito il matrimonio ma lo ha accudito sempre con dedizione e circospezione, ha preso gli accordi neccessari per soddisfare quella esigenza. Le intercettazioni e i pedinamenti hanno fatto il resto. Seguendo i pacchi con la biancheria gli investigatori hanno avuto la conferma che Provenzano stava lì, in quella masseria. Ed è bastato controllare di sera il contatore dell’Enel per avere la controprova che il covo fosse abitato.

 

Un’indagine certosina

 

Un lavoro minuzioso, certosino. Come certosina era stata la ricostruzione di tutti i dettagli che potessero comporre il mosaico della sua “normalità”, dei suoi bisogni quotidiani, delle sue coperture, delle cose inevitabili della vita. Solo così è sempre stata la tesi di Pignatone – gli investigatori avrebbero potuto accorciare quella che Edgar Allan Poe chiama “l’invisibilità dell’evidenza”. Avevano chiesto per esempio a Nino Giuffrè, detto Manuzza, il pentito che per tanti anni era vissuto accanto allo Zio, come avvenivano gli spostamenti di notte. E Manuzza aveva rivelato che i viaggi non erano mai agevoli, che spesso dovevano fermarsi perché il boss, afflitto già dai guai alla prostata, era costretto a fermarsi per fare pipì. Poi era cominciata la caccia a un medico sospettato di correre spesso in suo soccorso; ma la ricerca finì con un buco nell’acqua perché il medico li portò in casa di Benedetto Spera, un altro boss. Poi si mise mano alle cimici e alle telecamere nascoste, ma gli uomini di Pignatone scoprirono che il maresciallo faceva il doppio gioco: di giorno diceva di combattere la mafia, ma di notte rivelava agli amici stretti dei boss dove quegli strumenti diabolici erano stati piazzati. Poi ci si soffermò sui “pizzini” trovati nelle tasche dei complici man mano identificati e arrestati.

 

E venne fuori che ‘u Zio era un vero e proprio maniaco della scrittura, che con la sua Olivetti andava pure veloce e che non lasciava nessuno, proprio nessuno, senza risposta. Nemmeno quei due piccoli boss di Villabate che gli chiedevano “l’autorizzazione” (con tante zeta) per aprire, guarda un po’, un’officina per la revisione dei motori. E lui acconsente, paterno e padrone, non senza corredare il “pizzino” di risposta con frasi gentili, a tratti persino stucchevoli. “Carissimo, con gioia ho ricevuto tue notizie…”. “Mi compiaccio tanto di sapervi in ottima salute: Lo stesso, grazie a Dio, al momento posso dire di me”. “Smetto augurandovi per tutti un mondo di bene, inviandovi per tutti i più cari Aff. saluti. Vi benedica il Signore e vi protegga”. Ad altri boss fa anche sapere che lui alle feste ci tiene ma non può fare altro, data la sua “costipazione”, che inviare una bottiglia con cui brindare: “Per questa ricorrenza del Santo Natale, quando si è tutti insieme, due gocce l’uno alla salute mia. Provo dolore e dispiacere nel mio cuore di non essere presente”. E i complici, commossi da tanta amorevolezza, abboccano pure. Succede a Pasquale Badami, di Villafrati, che risponde al boss utilizzando il computer del comune. “Se mi trovo in questa posizione di rappresentante della famiglia, scrive, è perché credo di essermi comportato nel rispetto delle regole e in modo giusto. Mi affido totalmente a tutto quello che abbia modo lei di consigliare. Non ha nulla da ringraziarmi e da insegnarmi per questo poco che facciamo, se negli anni si è fatto quello che si è fatto è per noi semplicemente motivo di orgoglio”.

 

Il ricamo di una “normalità” di vita

 

Sono i gregari, quelli come Badami, gli uomini che, intercettazione dopo intercettazione, consentono agli investigatori di definire il ricamo di una “normalità” nella quale gli investigatori sperano di inserire sempre nuove microspie. Immaginate se, per un caso, il maresciallo addetto all’ascolto delle telefonate avesse sottovalutato quel chiacchiericcio, sulla dieta che ‘u Ziu era costretto a seguire per mantenersi “a stecchetto”. Pensate se fossero stati cestinati i riferimenti al “miele, alla verdura, al pesce e alla pastina” cibi che non gli potevano più essere garantiti perché la rete dei fiancheggiatori era stata decimata ed erano sempre meno i picciottazzi disposti ad avventurarsi lungo le campagne che da Villabate vanno su fino a Corleone. “Si mangia pure i vermi”, aveva ironizzato Stefano Lo Verso di Ficarazzi, riferendosi con malcelato fastidio alla capacità di resistenza del boss. Perché la dieta ha portato gli inquirenti al tumore della prostata e la traccia della prostata ha portato alla Clinique La Ciotat di Marsiglia dove zio Binu (con una sola enne) ha utilizzato una carta di identità, rilasciata dal comune di Villabate e intestata a monsieur Gaspare Troià, accentato così alla francese.

 

Nasce da questo obbligato viaggio della speranza – fatto nel 2003 con il modello E111 della Regione siciliana e costato esattamente 1958,45 euro – che gli investigatori cominciano a scrivere il capitolo definitivo delle opere e i giorni di Bernardo Provenzano, del boss che i giornalisti americani, per via di quel richiamo a Corleone, amano tanto paragonare a don Vito, il padrino inventato da Mario Puzo. L’errore di Marsiglia è la caduta, l’anticamera del precipizio. Nella clinica restano i documenti esibiti dal finto monsieur Troià, le radiografie eseguite dai medici prima di affondare il bisturi, le analisi del sangue, la mappa del Dna. Il ritratto del fantasma è quasi completo. Basta andare a Villabate e cercare i burattinai che hanno tramato nelle quattro stanzette del comune per ottenere il documento falso intestato al boss.

 

Il clan dominante fa capo a Nicola Mandalà, e non ci vuole molto a identificare il signorino in doppiopetto che, per fare felice Mandalà, prese moduli e timbri per intestare la falsa tessera al falso Gaspare Troià. Il “signore in grigio”, così lo chiamavano gli investigatori mentre gli giravano attorno, risponde al nome di Francesco Campanella. E’ giovane e ambizioso, si struscia con la politica – i suoi testimoni di nozze sono stati Totò Cuffaro e Clemente Mastella – e con l’antimafia militante: così, tanto per mimetizzarsi sotto quella patina di moralismo che in terra di mafia va tanto di moda. Pignatone lo incastra e lui, non avendo né il sangue né le ossa del vero mafioso, si rammollisce in quattro e quattr’otto e si pente.

 

L’esistenza ribalda di Bernardo Provenzano viene spogliata di un’altra complicità, di altre protezioni. Le sue spalle diventano sempre più nude. I poliziotti di carriera direbbero che il cerchio si stringe. Il triangolo che da Villabate passa per Bagheria fino a Corleone, è un tavolo verde, immenso e scellerato, nel quale prima o poi capiterà di fare la puntata vincente. Le “volanti” della polizia viaggiano con la foto del boss – quella sequestrata a Marsiglia – bene in mostra sul cruscotto. Le “centraline” dello spionaggio montate in un bunker segretissimo, direttamente controllato da Pignatone e dai suoi sostituti, registrano ogni respiro proveniente dai dannati del primo cerchio, quelli condannati dalla paura e dalla malasorte a stare vicino al boss, per rispondere all’ordinaria banalità della sua latitanza. Prima fra tutti la moglie.

 

Chi l’avrebbe detto? Immaginato per anni e anni come un boss della mafia ricca e globalizzata, descritto dagli antimafiosi di complemento come una primula rossa svolazzante sopra le città del mondo, Bernardo Provenzano se ne stava accovacciato, con quella ferocia che gli si legge negli occhi, nella sua masseria, tra Ficuzza e Rocca Busambra, nella sua terra di mafia, protetto come la malabarba di un carciofo da strati multipli di foglie, legnose e appuntite. Era da quella masseria, ancora impregnata dall’odore del tumazzo e della pasta bollita, che partivano probabilmente gli ordini di attacco alle cosche perdenti, come quella di Stefano Boutade e Totuccio Inzerillo. Era da quel covo, probabilmente, che partivano gli ordini muti di massacrare giudici e poliziotti, giornalisti e traditori. Chissà.

 

Chissà come diventava quando qualcuno si azzardava a disobbedire. Nino Giuffrè, detto Manuzza, era terrorizzato. Temeva che, in un impeto d’ira, zu Binu potesse artigliarlo alla gola e poi lo portasse su come un’aquila ferita e lo scaraventasse dal’alto in una fossa di Rocca Busambra. “Senta, signor Giuffrè”, gli chiedono un giorno i pubblici ministeri, “ma lei perché si teneva addosso tutti quei pizzini di Provenzano? Gliene abbiano trovato addosso a decine. Non era più prudente sbarazzarsene, evitare di lasciare traccia?”. “Vede, signor procuratore”, risponde Manuzza facendo sfoggio di pazienza, era nostra abitudine conservare questa documentazione per circa un anno…”. Come le bollette della luce e del gas? “Più o meno. Per potere dimostrare eventualmente che determinate situazioni erano documentate. Nel caso di versamento di una determinata somma si poteva dimostrare che il pagamento era avvenuto. Serviva a salvaguardare le spalle”.

 

“Veramente ammazzavate per così poco?”

 

Chi si guardò, si salvò. Era questa la mafia di Provenzano. Quella che riduceva subito in “cuacina” (calce) un abusivo del pizzo che magari tentava di raggranellare la millelire mettendo in croce un imprenditore che già aveva pagato, eccome, la guardianìa. “Veramente ammazzavate per così poco?”, continua a chiedere il pubblico ministero al pentito Manuzza. “Il mestiere mafioso – risponde lui con solennità – a volte è anche abbastanza complesso… Un mestiere normale, ma complesso”. Proprio così: normale. Gli uomini che ieri lo hanno catturato si sono calati in quella realtà “complessa ma normale”. Con la normalità di buoni servitori dello Stato, senza divismi e senza eroismi.

 

Nella tarda mattinata di ieri, quando gli agenti lo hanno costretto a salire a bordo di una macchina di servizio per il trasferimento alla questura di Palermo, il boss non ha spiccicato una parola. Solo alla fine, quando l’automobile sfrecciava già davanti a Palazzo Reale, ha gettato uno sguardo sulla vecchia foto segnaletica utilizzata dai poliziotti per il riconoscimento. “Uno sconosciuto, sconosciuto a me stesso”, avrebbe detto. Ma da qui in poi comincia tutta un’altra leggenda.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi