La virologa e deputata Ilaria Capua

Fine processo mai

La Capua prosciolta ma vittima del metodo Espresso-Travaglio

Luciano Capone
Nei paesi normali la stampa dà notizia delle indagini della magistratura, descrive le ipotesi di accusa su vicende di interesse pubblico e ritorna sul tema quando arrivano le sentenze per spiegare cosa è successo e come si è conclusa la vicenda.

Roma. Nei paesi normali la stampa dà notizia delle indagini della magistratura, descrive le ipotesi di accusa su vicende di interesse pubblico e ritorna sul tema quando arrivano le sentenze – quindi dopo che accusa e difesa si sono confrontate ed è stato espresso un giudizio terzo – per spiegare cosa è successo e come si è conclusa la vicenda. In Italia invece succede che il processo mediatico coincide con le carte dell’accusa – prima di un giudizio, anzi prima del rinvio a giudizio, e molto spesso addirittura prima della chiusura delle indagini e dell’avviso di garanzia – si sparano in prima pagina intercettazioni e  tesi dei pm che insieme racchiudono accusa, difesa, giudizio e condanna. Si tratta di un processo immediato più che mediatico, perché gli organi d’informazione non mediano nulla, ma si limitano a riportare le accuse, informative e brandelli d’intercettazioni.

 

Quando poi arrivano le sentenze vere, che spesso smentiscono totalmente le ipotesi della procura, vengono completamente ignorate o comunque non ricevono lo stesso spazio e la stessa attenzione riservate alle carte degli accusatori. In questo senso la vicenda di Ilaria Capua è emblematica delle patologie della giustizia e dell’informazione. La virologa e deputata di Scelta civica, nota a livello internazionale per aver reso pubblica la sequenza genetica di un ceppo dell’aviaria umana senza brevettarla, era accusata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo di essere al centro di un’associazione a delinquere che contrabbandava virus e causava epidemie in cambio di soldi in combutta con alcune multinazionali dei vaccini. Lo stesso Capaldo poi ha tenuto l’inchiesta nel cassetto per 7 anni, senza nemmeno fermare questa ipotetica associazione a delinquere che diffondeva virus ed epidemie pericolose per la salute pubblica. 

 

Di tutti questi limiti logici ha tenuto conto il processo vero, quello tenuto nelle aule di tribunale, che ha prosciolto dalle accuse la Capua e altre 15 persone. Ma sono cose di cui non si è occupato il processo mediatico e immediato che nel 2014, con la copertina dell’Espresso “Trafficanti di virus”, ha condannato per direttissima la scienziata.

 

Quest’ultima, non avendo ricevuto all’epoca gli atti e la notifica della chiusura delle indagini, non ha avuto neppure la possibilità di difendersi dal processo di piazza in cui l’aveva trascinata l’“inchiesta” di Lirio Abbate. Eppure quel processo non è ancora finito. L’Espresso non solo non trova spazio in nessuna delle sue 102 pagine del numero in edicola per dare notizia del proscioglimento della donna che accusava in prima pagina, non solo non si scusa – come non aveva fatto con la finta intercettazione di Crocetta contro la famiglia Borsellino e con la fasulla inchiesta sull’acqua avvelenata di Napoli – ma continua a rimestare nel fango ricordando che la Capua è stata comunque prescritta per uno dei tanti capi d’accusa. E così fa anche Marco Travaglio che sul Fatto quotidiano continua a dedicare articoli alle accuse dei pm contro la ricercatrice. Scrivendo tra l’altro che il Foglio insulta i pm per le “intercettazioni a ciclo continuo”.

 

Il direttore del Fatto spiega che è andato tutto a meraviglia: “Le indagini si fanno obbligatoriamente, per approfondire una notizia di reato” e per la Capua su un reato – la tentata concussione – è scattata la prescrizione. La prima cosa sorprendente è che per Travaglio le “intercettazioni a ciclo continuo” sono un insulto, la seconda meno è la scarsa comprensione del testo: il Foglio non criticava l’Espresso e Abbate per aver raccontato la vicenda, ma per l’esatto contrario. Per aver nascosto l’assoluzione e la fine che hanno fatto le accuse contro il mostro che avevano sbattuto in prima pagina. La sentenza del gup di Verona Laura Donati infatti fa a pezzi l’inchiesta di Capaldo, basata su un castello di intercettazioni senza riscontri oggettivi. Il gup segnala innanzitutto che molti reati erano già prescritti al momento dell’esercizio dell’azione penale, eppure l’accusa è andata avanti lo stesso. Poi evidenzia come per l’accusa di diffusione di epidemia “manca prima di tutto l’evento”: i sette ritenuti contagiati non avevano la malattia. Inoltre “manca la prova che i ceppi virali siano stati effettivamente e dolosamente messi in circolazione” e i pm hanno indicato come responsabile dell’epidemia un virus per un altro. E questo già era noto da un’indagine archiviata a Bologna: “E’ dunque evidente – scrive il gup – come gli inquirenti abbiano stravolto gli esiti dell’inchiesta bolognese archiviata per costruire accuse del tutto prive di fondamento”. Conseguentemente “sono inconsistenti pure le accuse di associazione a delinquere”. C’è poi un’accusa di corruzione, come tante altre, non provata perché “fondata solo sul tenore di conversazioni telefoniche non contestualizzate e prive di riscontri”. Tra l’altro, trattandosi dell’udienza preliminare il gudice non scende neppure nel dettaglio, semplicemente si limita a stabilire che le prove sono insufficienti e contraddittorie per sostenere l’accusa in giudizio. Solo su un capo d’accusa, quello prescritto per tentata concussione, il gup dice che ci sarebbero gli elementi per andare a processo.

 

Si tratta di un’indagine finita in nulla e di questo i trombettieri dell’accusa non parlano. Preferiscono riflettere sulla prescrizione. Secondo Travaglio e l’Espresso, la Capua non sarebbe una vittima perché non ha rinunciato alla prescrizione. Dopo un’indagine durata 10 anni, dopo che l’inchiesta è finita su un settimanale prima dell’avviso di garanzia, dopo aver subito un processo mediatico senza conoscere le accuse e gli atti dell’indagine, dopo due anni di linciaggio personale, una vita politica finita, quella professionale ammaccata e quella privata distrutta, Ilaria Capua dovrebbe rinunciare alla prescrizione e continuare a pagare gli avvocati per dimostrare all’Espresso e a Travaglio di essere innocente. Questa è la tesi di chi ritiene che il garantismo – e i diritti e la civiltà che si porta dietro – sia un inutile gargarismo.

 

C’è però un punto su cui Tavaglio ha ragione: le indagini si fanno, obbligatoriamente, per per approfondire una notizia di reato. Una notizia (di reato) c’è: la copertina dell’Espresso sui “Trafficanti di virus” è figlia di una fuga di notizie. Sa se per caso è stato obbligatoriamente aperto un fascicolo per individuare i responsabili?

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali