Le nuove trecciaiole di Sesto

Gli operai cinesi tra borse di pelle, integrazione via chat e botte con la polizia. Poi i sestesi doc, a pugno chiuso (e duro) contro l’aeroporto renziano. Ed è subito 1800.
Le nuove trecciaiole di Sesto

Grosso guaio a China Town. I tafferugli tra cittadini di origine cinese e le forze dell’ordine del 30 giugno scorso a Sesto Fiorentino sono scoppiati dopo una protesta di piazza motivata dai controlli

A Sesto il 20 maggio alcune centinaia di trecciaiole (e tra queste soprattutto le ‘pigionali’) entrarono in sciopero, formarono un corteo con alla testa una donna che portava una bandiera tricolore, e percorsero le vie del paese, incitando le altre trecciaiole e gli operai degli stabilimenti per la lavorazione dei cappelli di paglia ad abbandonare il lavoro. Poiché i proprietari vi si opposero, le trecciaiole e i ragazzi che le accompagnavano cominciarono a scagliare sassi e mandarono in frantumi le vetrine. Disciolto l’assembramento da parte dei carabinieri a cavallo, le trecciaiole tornarono ad agitarsi nei giorni successivi, aiutate dalle trecciaiole di Signa, convenute a Sesto. Dopo avere tenuto bloccata una fabbrica di cappelli di paglia, manifestarono sotto le dinestre del Municipio”. Così scriveva Ernesto Ragionieri in “Un comune socialista: Sesto Fiorentino” (Edizioni Rinascita, 1953). E’ la fine del 1800, i cappelli di paglia sono un prodotto molto in voga della Piana di Firenze. Sesto è già diventato Fiorentino dopo l’annessione della Toscana al Regno d’Italia. I salari, che già da vari anni sono stati sostituiti dai salari a cottimo, diminuiscono. La retribuzione è già calata in dieci anni anche del 50 per cento o del 70 per cento e sta per diminuire ancora. E le trecciaiole che fanno? Si incazzano, e di brutto.

 

E’ l’estate del 2016, al posto delle trecciaiole e dei cappelli di paglia ci sono gli operai cinesi e le borse di pelle. Siamo in Piazza Marconi all’Osmannoro, zona industriale fra Firenze e Prato. Su un lato della piazza c’è l’Ikea, su un altro c’è il capannone-alverare con le ditte cinesi. Praticamente, paghi e affitti uno spazio dove puoi portare i tuoi macchinari per lavorare. E’ da qui che sono partite le proteste della settimana scorsa, quando qualche centinaio di cinesi si sono trovati in piazza dopo uno dei controlli straordinari a tappeto che la Asl sta svolgendo dal 2014. Le versioni sull’accaduto sono contrastanti: i carabinieri hanno arrestato per resistenza a pubblico ufficiale il titolare di un’impresa di Sesto Fiorentino che avrebbe impedito l’ispezione e un connazionale che avrebbe cercato di impedire l’uscita di mezzi e ambulanze bloccando il cancello. Secondo i cinesi, invece, i carabinieri avrebbero fatto cadere per terra un bambino di 10 mesi, ferendolo e scatenando la protesta, poi sedata dalle cariche delle forze dell’ordine. A un certo punto è spuntata anche una bandiera della Repubblica Popolare di Cina. Ci si chiede come sia stato possibile radunare in così poco tempo centinaia di persone. Era una protesta organizzata dall’alto? I cinesi rispondono che è tutto merito del passaparola su WeChat, una app molto popolare che permette di mandare messaggi istantanei.

 

I controlli, così intensi, nascono dopo il rogo del 2013 al Macrolotto di Prato, dove 7 operai cinesi morirono bruciati. La Regione Toscana ha avviato il primo settembre 2014 un “piano straordinario per il lavoro sicuro”. Al 31 maggio 2016 in Toscana sono state controllate 5.826 imprese cinesi, il 75,7 per cento del totale. Fino al 2015, sono state riscosse sanzioni pari a 4 milioni e 861 mila euro. Da quando, nel 2014, i controlli sono cominciati, il trend delle aziende in regola è passato dal 15,9 per cento fino al 50,5 di oggi. Il 64 per cento delle imprese non era in regola al primo controllo e c’è una differenza che balza agli occhi fra le aziende di Prato e quelle di Firenze. Delle 3.072 imprese cinesi di Prato quelle in regola al primo controllo erano solo il 23,2 per cento, a Firenze invece al primo controllo erano in regola il 60,8 per cento. “Ci sono molte diversità tra i due territori – dice il dottor Renzo Berti, che coordina il piano – anche storiche. Mentre a Prato prevale l’abbigliamento pronto moda e le confezioni, a Firenze è la pelletteria che prevale. Anche il modello organizzativo è diverso; su Firenze sono presenti i cosiddetti capannoni-alveare con tante piccole imprese, mentre a Prato è frequente la singola azienda”. Quanto alla differenza di aziende in regola, dice Berti, “a Prato esiste un nucleo che è sostanzialmente un corpo estraneo alla città e le imprese stanno per conto loro, mentre nel Fiorentino sono più integrati”.

 


Un ferito durante le proteste


 

Se si parla di comunità cinese in Toscana viene sempre in mente Prato con la sua Chinatown, come se fosse tutta concentrata lì. Invece no; c’è un altro gruppo di cinesi che vive nella provincia fiorentina senza aver costituito ghetti (“Noi pensiamo in italiano, mentre loro pensano prima in cinese”, mi dice uno di loro), come Campi Bisenzio, dove ci sono 5.000 cinesi su quasi cinquantamila abitanti, di gran lunga la comunità straniera più presente. Nel 2013 il Consiglio d’Europa disse che Campi era al primo posto in Italia per integrazione e seconda in Europa. Non a caso si parla di “modello Campi”. Sesto invece ne ha molti meno: gli stranieri più presenti (dati 2015, dell’ufficio statistica del Comune di Sesto) vengono dalla Romania (1.017), mentre i cinesi sono 889. Le imprese cinesi invece sono 1.145 su un totale di 6.925 (dati Registro Imprese, elaborazione Ufficio Statistica Camera di Commercio di Firenze). Sono quasi tutte ditte individuali, 986. “Abbiamo chiuso 673 dormitori – dice Rossi – perché non si dorme in Toscana e in Italia nel luogo di lavoro, ci sono le leggi che prevedono che non si possano costruire dormitori accanto ai macchinari. Nessuno si illuda che smetteremo, ricominceremo da capo, la sicurezza sui luoghi di lavoro deve essere un imperativo”.

 

Angelo Hu, classe 1994, è consigliere comunale a Campi Bisenzio di Sinistra Italiana. Studia giurisprudenza, lavora all’Apple Store del centro commerciale “I Gigli”. E’ nato qui e quando parla in italiano si sente l’accento fiorentino. E’ molto orgoglioso del “modello Campi” che ha consentito di non creare enclavi ristrette e chiuse all’interno della città, come invece è accaduto a Prato. E’ convinto che le differenze all’interno di tutta la comunità cinese, fiorentina e pratese, siano destinate a sparire nell’arco di due o tre generazioni. Hu ha molta fiducia nei sino-italiani, i giovani che non sono né solo italiani né solo cinesi, e della loro capacità di integrarsi. Certo, ci vorrà un po’ di tempo. “Vi è sicuramente una barriera iniziale a partire dall’aspetto – dice Hu – noi siamo già differenti rispetto ad altri immigrati come albanesi o rumeni. Poi vi è una barriera linguistica, molto importante, ma tutto ciò sarà superato dalle seconde e terze generazioni, come già è accaduto negli Stati Uniti e in Canada, dove primeggiano per istruzione e redditi: ecco, loro si sentono americani e canadesi e anche io mi sento italiano ma profondamente orgoglioso delle mie origini cinesi, che mi consentono di essere più ricco dal punto di visto culturale e capire più di altri mondi diversi”. Il giovane Hu esprime solidarietà alle forze dell’ordine, non rifiuta i controlli dell’Asl, ma chiede che lo stato, “se non vuole essere solo quello tassatore e controllore”, dia ascolto alle proteste dei lavoratori e degli imprenditori cinesi.

 

“Perché, con i soldi delle multe, non è stato costruito un fondo per i lavoratori delle fabbriche e per la sensibilizzazione della sicurezza sul lavoro?”, si chiede Hu, che racconta dei furti subiti dalle imprese cinesi dell’Osmannoro. Perché non fate denuncia, allora. “Le denunce vengono fatte, ma secondo la percezione della maggioranza delle persone risultano inutili, perché non vedono effetti concreti a queste denunce”. A qualcuno, dunque, è venuto in mente di farsi giustizia da solo, magari organizzando ronde contro nordafricani e rom accusati di essere gli autori dei furti nei capannoni delle imprese cinesi. Ci sono sette indagati membri di un’associazione culturale “La città del Cervo Bianco”. Durante le perquisizioni nelle abitazioni degli indagati, gli inquirenti hanno rinvenuto mazze da baseball e bastoni di ferro. “Non mi sono mai piaciute le ronde leghiste, figuriamoci se posso accettare quelle fatte dai cinesi!”, dice Hu, che precisa l’origine dei membri del Cervo Bianco: sono di Prato. Come a dire, ancora una volta, sono una cosa a parte.

 

Sesto Fiorentino detta Sestograd per le percentuali bulgare della sinistra (ma in Bulgaria probabilmente parlano di “percentuali sestesi”) ha da poco confermato se stessa alle ultime amministrative. Il candidato di Sinistra Italiana, Lorenzo Falchi, dipendente del Monte dei Paschi e tutt’altro che in linea con l’estetica dei baffoni cosacchi, ha battuto il candidato del Pd renziano Lorenzo Zambini, grazie anche all’aiuto del Chinassi, cioè l’unione dei due ex storici sindaci del Pd, Adriano Chini (Campi) e Gianni Gianassi (Sesto), che insieme formano una macchina da voti. “A Sesto Fiorentino – disse l’ex sindaco di Campi dopo il primo turno – non c’è stata alcuna sorpresa e le vicende politiche sono di un’ordinarietà sconvolgente. Se non ricordo male ha sempre vinto la sinistra e così è successo ieri è succederà tra 14 giorni”. “Pensavano che ci facesse piacere diventare il quartiere 6 di Firenze”, ha detto Gianassi dopo la vittoria. Una storia a se stante, quella di Sesto, praticamente irripetibile altrove. Solo qui la sinistra può dividersi in tre, arrivando all’ottanta per cento, senza correre minimamente il rischio di consegnare il Comune al M5s o alla destra.

 

Sesto è andata al voto dopo poco meno di un anno di commissariamento. Nel 2015, la sindaca renziana Sara Biagiotti, una delle tre Renzi’s Angels delle primarie del 2012 insieme a Maria Elena Boschi e a Simona Bonafè, fu sfiduciata dal suo gruppo consiliare. Otto consiglieri del Pd le voltarono le spalle e poi furono espulsi. Tra questi i giovani Giulio Mariani, classe 1991, laurea in fisica teorica, ex capogruppo dei Dem, e Diana Kapo, classe 1986, laureata con il politologo Marco Tarchi. I due giovani, dopo l’espulsione, non solo si sono ripresentati alle elezioni, ma hanno vinto e oggi siedono di nuovo nel Palazzo. Mariani è tornato in consiglio per la terza volta e Kapo, già segretaria dei Giovani Democratici di Firenze, è assessore nella giunta Falchi (in totale, fra consiglio e giunta, sono sette gli ex Pd). Lunedì sera c’è stato il primo consiglio comunale per l’insediamento. Per l’occasione, fuori dalla sala consiliare strapiena di sestesi, c’era anche un maxischermo stile Europei-e-spaghetti-aglio-olio-peperoncino, per seguire i lavori della seduta. Neanche fosse la finale europea.

 

Per mesi la campagna elettorale di Sesto era andata avanti soprattutto su due punti: l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze, di cui si discute da una trentina d’anni, e il termovalorizzatore-inceneritore (c’è stato tutto un dibattito su quale fosse la parola giusta; il Pd dice termovalorizzatore, che è un termine riformista, quelli di Sinistra invece dicono inceneritore e alla fine hanno vinto loro la disputa politica e linguistica). Solo che la prima grana vera per il nuovo sindaco è arrivata dal fronte cinese. In questi giorni c’è un giro di riunioni fra prefetture, sindaci, consoli, rappresentanti della comunità per stemperare gli animi, favorire l’integrazione, il dialogo e un accorato susseguirsi di appelli alla calma. Non è difficile ipotizzare che basti molto poco perché ci siano nuove proteste. Un imprenditore che ha qualcosa da nascondere, le forze dell’ordine che esagerano nei controlli, le linee di confine sono sottili e viene da chiedersi che cosa succederebbe con controlli serrati nelle aziende italiane.
Falchi, nel suo primo discorso ufficiale da sindaco, ha citato Enrico Berlinguer: “Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita”. Il citazionismo berlingueriano fa parte del bagaglio culturale del Candidato di Sesto.

 

Falchi, non a caso, ha ricordato che Sesto ha avuto il primo parlamentare socialista in Italia, Giuseppe Pescetti, che nel 1897 riuscì a battere il candidato conservatore uscente Carlo Ginori, e il secondo sindaco socialista, Pilade Biondi. Anche lui, insomma, non può che essere in linea con la tradizione. Come primo atto, Falchi si è unito ai due ricorsi presentati al Tar dai comitati contro la realizzazione dell’inceneritore di Case Passerini, l’unico insieme a quello di Montale, Pistoia, previsto per servire l’area di Firenze, Prato e Pistoia e in grado di bruciare 400 tonnellate di rifiuti al giorno (quasi 140 mila l’anno). Il calore prodotto dall’impianto dovrebbe essere venduto a Toscana Aeroporti per riscaldare lo scalo d’inverno e refrigerarlo d’estate. Un atto politico, soprattutto, quello di Falchi, visto che i lavori dovrebbero comunque partire dopo l’estate: l’impianto ha già ottenuto tutte le autorizzazioni di legge e urbanistiche e l’iter amministrativo è già ultimato. C’è già un analogo caso famoso, che è quello di Parma, dove il M5s giocò la sua battaglia contro l’inceneritore e vinse le elezioni. Poi però, alla fine, l’impianto è stato inaugurato comunque. L’altra battaglia è sull’aeroporto di Firenze. Lì lo scontro è direttamente con il governo e con la Regione Toscana. Il viceministro Riccardo Nencini dice che “fermare l’opera avrebbe un solo significato: screditare le istituzioni, rallentare le potenzialità di crescita che le infrastrutture favoriscono”.

 

Lo scorso 10 giugno è stato trasmesso alla presidenza della Camera un decreto che serve ad aumentare i poteri del presidente del Consiglio di semplificazione e rilancio delle attività private considerate rilevanti dal punto di vista occupazionale, produttivo o comunque rilevanti per il territorio, qualora gli ostacoli, burocratici e non, facciano perdere tempo. E’ il caso, per esempio, dello scalo fiorentino, già inserito tra gli scali strategici nel Piano Nazionale degli Aeroporti. Entro il 31 gennaio di ogni anno, si legge nel decreto, ciascun ente ciascun ente territoriale individua un elenco di progetti strategici (in questo caso è materia della Regione Toscana) ma anche il presidente del Consiglio può aggiungere “progetti non inseriti nell’elenco”, la cui realizzazione “sia suscettibile di produrre positivi effetti sull’economia o sull’occupazione”. Falchi però dice che darà battaglia, sembra essere pronto a mobilitare i cittadini che lo hanno votato. Sarà una protesta tosta insomma. Da trecciaiole di Sesto.

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