Bayrou, Ségolène e la vendetta di una donna rifiutata

Anche se l’impietoso, qui, è un altro

Paola Peduzzi

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Bayrou, Ségolène e la vendetta di una donna rifiutata

François Bayrou (foto LaPresse)

Il primo scossone politico in Francia è arrivato senza che quasi ce ne accorgessimo, siamo ancora tutti troppo presi dalla Macronmania, una somma di coolness che tende all’infinito (da queste parti si continua a dare un gran credito al neopresidente francese: ha pur sempre risollevato la speranza di sopravvivenza di un continente intero. Ma certe sue dichiarazioni, quelle sulla Siria soprattutto, fanno tremare e pensare e tremare ancora: che non sia come Obama in Siria, questo Macron, e questa è una supplica). Ma una tragedia si è già consumata, e il presidente non ha nemmeno finto troppo dolore: François Bayrou, leader del Modem, ha dovuto ancora una volta fare un passo indietro, lui che tenta di farne in avanti ormai da tempo, animato da una ambizione che non gli lascia tregua.

  

Bayrou si è dimesso da ministro della Giustizia, dopo soltanto trentacinque giorni di incarico; dice che non sono dimissioni vere e proprie, si toglie di torno per evitare di mettere in imbarazzo il presidente, ma i suoi hanno già fatto sapere che, quando la tempesta sarà passata, il ritorno è plausibile. La tempesta è uno scandalo sugli stipendi degli assistenti degli europarlamentari, una trappola messa in piedi a Strasburgo – dal socialdemocratico tedesco Martin Schulz, quando era presidente dell’Europarlamento – in cui via via inciampano diversi politici, e che in Francia ha interrotto le speranze dei ministri del Modem entrati nell’esecutivo macroniano. La prima a dimettersi è stata Sylvie Goulard, ministro della Difesa, ma nel suo sacrificio c’era anche un regolamento di conti nell’aria da tempo, perché lo sanno tutti che la Goulard non va d’accordo (eufemismo) con Bayrou, e che non va d’accordo (eufemismo) con Marielle de Sarnez, “protetta” di Bayrou nominata ministro per gli Affari europei. La faida va avanti da anni, due correnti opposte all’interno di un piccolo partito, una follia, ma con le sue dimissioni la Goulard ha tirato il colpo fatale: gli altri, coinvolti nel suo stesso scandalo, non potevano più salvarsi. E così è andata, e intanto sul cadavere di Bayrou si sono messi a ballare i suoi tanti nemici.

 

Franceinfo ha pubblicato un racconto della carriera del leader del Modem, trent’anni di calcoli per avere un ruolo decisivo nella politica francese, e infine la scommessa giusta, ancorché eccessivamente paternalista, quella sul ragazzo Macron, arrivata per una volta anche con tempismo perfetto, ché quando a marzo Bayrou rinunciò alla propria candidatura presidenziale per sostenere quella del leader di En Marche! non era affatto detto che Macron ce l’avrebbe fatta. L’endorsement fu decisivo, e da quel momento Bayrou ha cercato di trasformare la propria intuizione in un rendimento politico. Ce l’ha fatta, è stato nominato alla Giustizia, è riuscito a piazzare la sua protetta, ha rivendicato il proprio ruolo di suggeritore in chief del presidente, allargando a dismisura la propria volontà di potere. Non gli basta mai, dicono i velenosi, quel che ottiene a Bayrou non basta mai: lui vuole fare il presidente, questo è il suo unico obiettivo, tutto il resto è funzionale al sogno più grande. Ma ora non piange nessuno, anzi. A Matignon sembra ci sia stata una festa: i dissapori tra il ministro e il premier Philippe erano ormai tema prevalente di conversazione.

  

Ma la più velenosa è stata Ségolène Royal, ché non c’è essere più cattivo di una donna che si offre (con anche un po’ di disperazione) e viene rifiutata: nel 2007, quando la Royal correva contro Sarkozy, Bayrou arrivò terzo al primo turno, con il 18 per cento dei voti. Royal gli disse: sostieni me e io ti faccio primo ministro. Bayrou fece due calcoli e poi no, non concesse l’endorsement, lasciò alla coscienza dei suoi elettori la scelta – e vinse Sarkozy. Ségolène oggi dice che quello fu l’errore più grande di Bayrou, “per una volta nella vita averebbe almeno potuto essere premier”, ma lui è un “macho”, figurarsi se può fare “il numero due di una donna”, e allora rotolasse nel dimenticatoio oggi, Ségolène ride e non ha pietà. Come non ne ha nemmeno Macron: i velenosi dicono che al presidente non è parso vero di potersi liberare così, senza dover far nulla, dell’ingombrante Bayrou. Il ragazzo è spietato, a molti ricorda il brutale Mitterrand, ma quando gli sussurri all’orecchio evidentemente non te ne accorgi.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    27 Giugno 2017 - 16:04

    Dalla messa cantata per Macron si è passati al canto gregoriano .Ad oggi non ha combinato un tubo. nella vita i cambiamenti di umore popolaneschi sono imprevedibili.

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