Il ricambio della felicità

Guardare da un altro punto di vista la vicenda del ricercatore universitario costretto a lasciare la sua carriera per andare a vendere ricambi d'auto

Maurizio Crippa

Email:

crippa@ilfoglio.it

Il ricambio della felicità

E’ molto amara, molto “non c’è niente che possiamo obiettare”, la lettera, o qualsiasi genere comunicativo fosse, con cui Massimo Piermattei, quarantenne ricercatore universitario – anzi storico dell’Integrazione europea, purtroppo l’iperspecialismo colpisce anche i migliori di noi – ha dato l’addio alla ricerca universitaria e a una carriera accademica mai decollata. La fuga di cervelli, i baronaggi, l’inesistenza dei finanziamenti, la frustrazione eccetera. E soprattutto colpisce la collocazione anagrafica, attorno ai quarant’anni. Che fa di quella generazione, molto più di quelle prima, i babyboomers e fratelli minori dei babyboomers, e forse più di quella che sta arrivando a prendersi il proprio posto ora, la vera generazione perduta italiana. “Smetto quando voglio”, è la chiusa ironica della lettera. Non prima di aver dichiarato che ora, per tirare avanti, farà il venditore di ricambi d’auto. Così a me, e sarà una cazzata, è venuto in mente il ricordo personale, ma il nome non lo farò. Potrei chiamarlo “Culodigomma famoso meccanico”, uno di quegli amici con cui ti siedi sul ciglio della strada a guardare la vita. Lui ha un’officina di auto, appunto. Una bella aziendina, va’. E un figlio che invece, e con profitto, ha voluto studiare Filosofia. Bioetica, addirittura. Poi c’è stata una necessità, è tornato a prendersi in mano l’aziendina. Vende anche ricambi, credo. E poteva fare anche ricerca, in università, ma gli va bene così.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni

    13 Luglio 2017 - 10:10

    Vogliamo analizzare con serenità questa storia? Storia simile ad altre centinaia di migliaia. L'Italia è il paese che fa tutto ma proprio tutto per creare giovani laureati con lauree poco spendibili sul "mercato" (non è una parola oscena) del lavoro. Non c'è una strategia che indichi e valuti le capacità degli studenti durante gli anni di liceo come non c'è un vero piano industriale per il paese che tuttavia è grazie agli imprenditori il secondo paese manifatturiero d'Europa. D'altro canto c'è da parte dei giovani e delle loro famiglie una tendenza a non allontanarsi da casa. Se da Napoli devi iscriverti a Milano un giovane vive un disagio psicologico non indifferente. Figuriamoci all'estero. Estero che poi non dovremmo considerare "estero" visto che stiamo per diventare una nazione. Sarebbe come dire che un giovane della California si senta straniero a Boston. Infine è da rilevare l'assoluta e disgraziata situazione italiana dell'insegnamento dell'inglese. Carente anche fra ministri e

    Report

    Rispondi

Servizi