Il Giro d'Italia e le metafore politiche

 Cos'hanno da insegnare ai politici Tom Dumoulin, Vincenzo Nibali e Nairo Quintana 

Il Giro d'Italia e le metafore politiche

LaPresse/Gian Mattia D'Alberto

Che il ciclismo sia metafora della lotta della vita non lo staremo a ricordare, se volete farvi due palle così ascoltate Paolo Conte. Però, a volte, è anche magnifica metafora della lotta politica. L’altro giorno Tom Dumoulin, maglia rosa già convinto di avere, se non l’Italia, il Giro d’Italia dalla sua parte, ha sfanculato il patto Nibali-Quintana, il provvisorio Nazareno di tappa dei due avversari-inseguitori convinti di avere qualcosa da guadagnare, dall’inciucio. “A questo punto mi auguro che perdano il podio”, ha detto l’olandese pedalante, troppo spavaldo. Nibali, più furbo, ha risposto: “Sta esagerando… anche lui può perdere il podio e si ricordi del karma, che tutto prima o poi ti torna indietro”. En passant, di fronte da cotanto Hermann Hesse del pedale si noterà che era tanto più bello in ciclismo dei ciclisti che dicevano solo “sono contento di essere arrivato uno”, come negli sketch di Tognazzi. Ma torniamo alla tappa e alla politica. Ieri, karma o non karma, c’era un altro tappone tra le montagne e al momento di salire a Piancavallo a Dumoulin gli ha ceduto la gambetta. E Quintana, l’altro del patto, gli ha sfilato la maglia rosa come fosse il pigiamino a un bambino. Così è il ciclismo. Così a volte può essere anche la politica, con tutti quei grilloni e dalemoni già convinti di vincere e che poi magari, chissà, gli viene sul più bello un attacco di dissenteria. Al simpatico olandese è già capitato, di doversi fermare sotto un cespuglio e dare strada ai rivali. Quelli che vanno in coppia, a tutta birra. 

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