Giulio Regeni, Mattarella e un paese decente

Ricordarsi che un anno è passato è un modo per ricordare allo stato italiano – questo sì – che stiamo ancora aspettando, tutti, la verità. O qualcosa che assomigli alla verità, o almeno alla decenza

Giulio Regeni, Mattarella e un paese decente

(foto LaPresse)

Il giorno anniversario di Giulio Regeni, stabilito in coincidenza di quello della sua sparizione al Cairo, un anno fa, era ieri, 25 gennaio. Parlarne con un giorno di ritardo non è una snobberia, anche se da queste parti, per tradizione editoriale, non ci teniamo agli anniversari: finiscono spesso con un sovrappiù di enfasi, di polemicuzza. Ma soprattutto, dovrebbe essere chiaro che la morte di un giovane ricercatore accusato di essere stato una spia (come fosse un insulto nuovo di zecca, o semplicemente un insulto, nell’èra della post verità e di Assange che chiede e ottiene perdoni presidenziali) non dovrebbe avere bisogno di anniversari per essere ricordata. Ma ricordarsi che un anno è passato è un modo per ricordare allo stato italiano – questo sì – che stiamo ancora aspettando, tutti, la verità. O qualcosa che assomigli alla verità, o almeno alla decenza. Però ieri ha parlato Sergio Mattarella, il presidente che aveva iniziato il suo mandato firmando la grazia per due ex agenti Cia coinvolti nel sequestro di Abu Omar: non è una sprovveduta anima bella. Ha detto: “Da un anno l’Italia piange l’uccisione di un suo giovane studioso senza che si sia potuto far piena luce sulla tragica vicenda, malgrado gli sforzi intensi della nostra magistratura e della nostra diplomazia”. “Il dolore della nostra comunità nazionale è immutato così come immutata rimane la ferma volontà di chiedere giustizia per il crimine efferato che si è accanito contro il giovane”. Ecco, un paese decente.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    26 Gennaio 2017 - 15:03

    In Egitto non caveranno un ragno dal buco, fosse anche solo perchè in M.O. nulla è ciò che sembra e ciò che sembra cambia più volte al giorno e a seconda dell'interlocutore (in una parola: Islam, senza bisogno di girarci attorno, alla Boccassini). Sono ovvio e ripetitivo, perchè scrissi la stessa cosa un anno fa: va indagato chi l'ha spedito là per ricerche sul nulla, e perciò così evidentemente pretestuose. Mi aspetto intrecci antigovernativi tra la sinistra accademica inglese e la mafia dei Fratelli Musulmani.

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  • Giovanni

    26 Gennaio 2017 - 09:09

    Un paese decente dovrebbe avere il coraggio di non escludere alcuna ipotesi e non privileggiare alcune tracce rispetto ad altre. La mia di ipotesi è che il ragazzo sia stato buttato consapevolmente da qualcuno ma a sua insaputa (o a sua parziale insaputa) in un "gioco" pericoloso. Dubbi piuttosto pesanti ad esempio gravano sulla professoressa egiziana, legata alla fratellanza mussulmana che gli assegnò la ricerca da fare in Egitto e che si è rifiutata di rispondere alle domande degli investigatori italiani. Possibile che questa docente non capisse che l'incarico dato al ragazzo era potenzialmente pericoloso? Già persino in Inghilterra (come in quasi tutti i paesi europei) servizi segreti contrapposti osservano con attenzione personaggi come questa professoressa e naturalmente anche chi in modo anche del tutto inconsapevole lavora ai suoi progetti.E' probabile che sin dalla sua partenza per l'Egitto Regeni fosse stato segnalato al controspionaggio egiziano ma anche agli "altri".

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