Dal motore di Lake a proporzionale e mandolino

La loro musica era il progressive, la chiave di violino di una generazione che si pensava benedetta, che quando vedeva i confini non pensava alla globalizzazione ma al massimo a qualche lisergia di massa, come un grande referendum per rottamare il vecchio mondo

Greg Lake

(foto LaPresse)

E va bene che quest’anno è stato una specie di bataclan del rock n’roll, una death valley della musica pop. E va bene che la cosa più rock che c’è rimasta, sullo scorcio di questo 2016 horribilis, è Celentano che canta con Mina: e sembra, appunto, il tempo di morire. Ed è vero che ci aveva già salutati Keith Emerson, perché le sue mani prensili non potevano più afferrare la musica, come gatti matti sulla tastiera. Però che ci abbia lasciati anche Greg Lake, il mitologico, magnetico, cuore pulsante di Emerson Lake and Palmer, uno dei bassisti più bravi della storia del rock, è una di quelle serrande che chiudono un’epoca con un malinconico cigolio. Credo per molti, non solo per quelli come me che hanno sempre sognato di saper suonare il basso, e non l’hanno fatto mai. Perché la loro musica era il progressive, la chiave di violino di una generazione che si pensava benedetta, che quando vedeva i confini non pensava alla globalizzazione ma al massimo a qualche lisergia di massa, come un grande referendum per rottamare il vecchio mondo. E che votavano sempre yes. E il basso, il motore ritmico di Greg Lake, era il metronomo che dava il tempo al progessive, alla magnifica utopia del change. E adesso che un cancro ha staccato le sue dita fatate dal basso e dal motore del tempo; adesso che pure i giovani sentono musica regressiva e votano sempre no, fanculo a loro, adesso, qui, siamo tornati a proporzionale e mandolino.

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