Sereno appunto sulle dimissioni di François Merlo

E cosa lascia intendere, per analiogia, il suo ritiro dalla Rai

Maurizio Crippa

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francesco merlo

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Va bene che era l’ultimo giorno utile per sfogarsi su Sì No e accozzaglie. Va bene che s’è dimesso Rosberg, va bene che si è pure ritirato Hollande. Ma il fatto che le dimissioni di Francesco Merlo dall’incarico alla Direzione editoriale per l’offerta informativa della Rai, dopo cinque mesi, sia passata via tranquilla, con un certo mutismo anche da parte dei politici e dei colleghi tuittaroli seriali e medagliati cani da guardia della Libera Informazione, qualcosa dice. Eppure Francesco Merlo, professionista serio, se n’è andato dicendo: “Speravo di aiutare il giornalismo della Rai a liberarsi dalla soffocante dipendenza della politica… missione impossibile”. “Il clima si è fatto irrespirabile e il progetto di Verdelli… è stato sporcato e sabotato nei sottoscala dei poteri della Rai”. L’unica cosa che si può serenamente obiettare, a un giornalista come lui, è se davvero fosse stato tanto ingenuo da credere al suo mandato. Siccome Merlo è una persona seria, si è dimesso prima del 4 dicembre, perché sa il casino di veleni e fake che ne sarebbe sorto, comunque andrà, avesse aspettato lunedì. Ma una cosa sul referendum le sue dimissioni la lasciano intendere, per analogia. Anche in Rai, il problema è che si sarebbe dovuto decidere che cosa si voleva davvero prima di farla, la riforma. E scegliere se si voleva Merlo o i partiti, Verdelli o Campo Dall’Orto. Invece ne è nato un pasticcio sistemico. Che costringe uno come Francesco Merlo a finire come François Hollande.

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