La tangentopoli del Barça e qualche domanda politica

Lui è stato uno degli attaccanti più forti di sempre, e il più grande giocatore d’Africa, e sarà sempre nei nostri cuori ammalati di Triplete

Samuel Eto’o

Samuel Eto’o (foto LaPresse)

Lui è stato uno degli attaccanti più forti di sempre, e il più grande giocatore d’Africa, e sarà sempre nei nostri cuori ammalati di Triplete. Arrivò dal Camerun ragazzino, in calzoncini corti e con un sacchetto di plastica, e siccome è un uomo intelligente, capisce il mondo, di sé ha sempre detto: “Corro tutto il giorno come un nero per poter vivere da bianco”. Che adesso Samuel Eto’o rischi dieci anni e mezzo (manco un Cosentino) e 14 milioni di euro di multa per evasione fiscale (3,5 milioni di euro) quando giocava al Barça è notizia. Dopo che Leo Messi e babbo hanno beccato 21 mesi per lo stesso reato (4 milioni), con Alexis Sanchez che rischia per un milione e con Neymar che rischia due anni di carcere e 10 milioni per frode e corruzione relative al suo stratosferico trasferimento dal Brasile, la faccenda di Eto’o è di quelle che, come si dice, fa fare un salto di qualità al sistema. Perché delle due l’una. O il Barcellona, il mitico simbolo sportivo della Catalogna indipendenstista che è sempre stato “més que un club” s’è trasformato negli anni in un paradiso fiscale che le Isole Cayman al confronto sono una casella del Monopoli, e nessuno se n’era accorto. Oppure il modello supersonico di calcio intellettuale e insieme stile di vita costruito da gente della stazza di Johan Cruijff è andato, come il mitico 14, a farsi benedire. Tradito, liquefatto, transustanziato dal calcio business globale che parla finanza cinese, o qatariota. E forse qualcuno, a Madrid, s’è rotto las pelotas.

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