La diplomazia post veritativa spiegata da Farage

Il suo linguaggio possiede qualcosa di illuminante, che ha ribaltato il discorso diplomatico

Maurizio Crippa

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Nigel Farage

Nigel Farage (foto LaPresse)

Nigel Farage, un po’ come De Luca, chi gli piace e chi no. Ma indubbiamente è un protagonista della rivoluzione linguistica post veritativa che sta riportando alle sue fondamenta basic il tradizionale, forse antiquato, modo di comunicare. Un po’ come Beppe Grillo e la sua scrofa ferita. Meno immaginifico, Farage ieri ha definito una cloaca (“cesspit”) politica Downing Street, e probabilmente molti rivoterebbero Brexit anche solo per questo. Ma siccome le parole tengono dietro alle cose, e determinano i modi delle relazioni, il linguaggio di Farage possiede qualcosa di illuminante. Ieri il suo amico Trump, che il linguaggio ha già rivoluzionato, ha dato un altro colpetto al comune senso delle relazioni diplomatiche. Ha fatto un tuìt: “A molta gente piacerebbe se @Nigel_Farage diventasse ambasciatore della Gran Bretagna negli Stati Uniti, farebbe un gran lavoro”.

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Da Londra hanno risposto piccati, “l’ambasciatore britannico a Washington esiste per difendere i nostri interessi negli Stati Uniti, non gli interessi americani in Gran Bretagna. Non possiamo permettere che capi di stato stranieri decidano chi debba essere il nostro ambasciatore”. Ma è una risposta che sa di stantio e di vecchie buone maniere, in un mondo il cui il linguaggio diplomatico è ormai stato ribaltato e il conflitto di interessi può esprimersi tranquillamente in un tuìt, senza nascondimenti. Del resto è storia antica, aveva iniziato il Cav. Solo che lui adesso, al massimo, chiede un posto per Galliani.

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