Il grande Dylan non va, così si noterà di più la poesia

Ha scritto una lettera all’Accademia di Stoccolma: non potrà ritirare il Nobel per la Letteratura a causa di “impegni presi in precedenza”

Maurizio Crippa

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Bob Dylan

Bob Dylan in una vecchia foto

In effetti un altro impegno ce l’aveva. Del resto solo noi banali imprudenti non programmiamo per tempo, e il 10 dicembre non è un giorno qualunque, chiunque voi siate. Esaurite le analogie irridenti con un altro genio, quello che aveva segnato un’epoca psico-politica col suo “mi si nota di più se non vengo, o se vengo e sto in disparte vicino alla finestra… No. Non vengo”, siamo arrivati al dunque. Dopo un silenzio durato un mese, aveva finalmente aperto la posta. Ringraziato, educato. E finalmente ha scritto una lettera all’Accademia di Stoccolma: non potrà ritirare il Nobel per la Letteratura a causa di “impegni presi in precedenza”. Mi si nota di più così, ha pensato, che accanto a una pletora di parrucconi. Ora aspettiamo che il mondo assetato di verità ci spieghi se l’impegno l’aveva davvero. Come se contasse qualcosa, per l’uomo indifferente che ha lasciato che metà della sua vita girasse attorno alla scusa (alla balla, alla verità) del suo falso incidente. Però, a costo di rischiare il disaccordo frontale con Carlo Verdone (anvedi!), a costo di dissentire da Antonello Venditti, che avrebbe preferito il premio a Leonard Cohen (in questo mondo di ladri si parla sempre a babbo morto), nel mio piccolo vorrei dire che no. E’ perfetta, poetica e perfetta, l’epifania dell’assenza che Bob Dylan regalerà. E lasciarsi scivolare via il Premio Comminato (mica leggerà il Foglio?) sapendo che la poesia è un’altra cosa, l’esserci del non esserci, sarà musica per i nostri occhi.

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