Jingle Trump

A voler essere filologici come i critici quando scrutano un’opera d’arte, Louise Veronica Ciccone vanta una carriera di coerenza estetica e senza smagliature da far invidia a Mapplethorpe.
Jingle Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

A voler essere filologici come i critici quando scrutano un’opera d’arte, Louise Veronica Ciccone vanta una carriera di coerenza estetica e senza smagliature da far invidia a Mapplethorpe. Quando promette un lavoretto senza perdere il contatto visivo a tutti quelli che voteranno per Hillary, parla di un modo di attraversare la storia della musica e l’impegno politico mai rinnegato, dai tempi di Like a Virgin. Adesso magari ha un sex appeal che gareggia con la signora Rodham in Bill, ma è l’ugola quella che conta. E in un mondo musicale dove tutti, quando il gioco si fa facile, sono pronti a trasformarsi in deep troath della democrazia, viva Lady Madonna.

 

Ad esempio, c’è l’improbabile per antonomasia, Eminem, che all’ultimo minuto se ne esce con una canzone di insulti contro The Donald, Campaign Speech, ha il coraggio di chiamarla. Gli dà pure la colpa dei neri morti sparati. E anche il Boss, che è il Boss, arriva buon penultimo a dire che Trump “sta minando le tradizioni democratiche della nostra nazione”. Addirittura. Di Roger Waters s’è già detto, ma lui è la Storia. Ridateci il vecchio Neil, che almeno a odiare Trump aveva iniziato da piccolo. Troppo maramaldo farlo adesso, facile come godersi un ingoio vincente. Facile come spoilerare la nuova canzone di Mina e Celentano. Roba da Gianni Morandi, per non dire di peggio.

 


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