Preferirei di no

Vorrei provare a calarmi nei panni dello scrivano Bartleby.
Preferirei di no

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Approfitto della prosa eccellente di Salvatore Merlo – che ieri ha  smascherato “il rifugio e la trappola” nascosti nella “irresistibile purezza del no” – e della sua intelligenza indolente e acuta, per provare a calarmi, per qualche riga, nelle ragioni cocciute e metafisiche dello scrivano Bartleby, che preferisce di no. Non c’è dubbio che la negazione sia la preferenza dei professori da tribuna e dei pifferai da salotto, quelli che con estenuato sforzo càmpano la vita preferendo il cachemire e le giacche morbide alle maniche rimboccate di chi prende il cambiamento come una missione. E’ ben vero che Croce preferì lottare, e ieri sicuramente avrebbe appiccicato il suo post-it al muro dell’Unesco. Però alle leggi razziali disse no. (Potremo ancora essere cristiani senza dirci crociani, o no?). Che votare no faccia fino l’ha detto Confalonieri, dunque è per forza vero. Ma trovarsi in compagnia di Pomicino vale, sulla bilancia dell’indegnità politica, quanto trovarsi con Matteo Orfini, l’uomo che consegnò Roma alla Raggi. O no? C’è chi dice sempre no perché è più semplice, solenne, “autoevidente”. Però hai visto mai che qualcuno, superata la trappola dell’autoevidenza, si sia preso la briga di leggere l’articolato, e ne abbia cavato l’impressione di pastrocchio, e richiesto di un sì, il 4 dicembre, come Bartleby, preferisca di no?

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