La pipì al Quirinale e il waterboarding dell’antidoping

Visto come ragionano gli organi di giustizia, ci aspettiamo che prima o poi qualcuno incrimini la marciatrice Elisa Rigaudo – come quel famoso professore di Bergamo – per essere stata sorpresa a fare pipì nei giardini del Quirinale. Paradosso, ma neanche troppo.
La pipì al Quirinale e il waterboarding dell’antidoping

Elisa Rigaudo (foto LaPresse)

Visto come ragionano gli organi di giustizia, ci aspettiamo che prima o poi qualcuno incrimini la marciatrice Elisa Rigaudo – come quel famoso professore di Bergamo – per essere stata sorpresa a fare pipì nei giardini del Quirinale. Paradosso, ma neanche troppo. Ieri gli ispettori dell’Associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera, in pratica la spectre delle Olimpiadi, si sono presentati a casa Mattarella per effettuare un controllo antidoping a sorpresa sulla Rigaudo, mentre partecipava alla consegna del tricolore ai portabandiera italiani in partenza per Rio 2016. I corazzieri li hanno gentilmente mandati a cagare, e il test su sangue e urine rimandato a quando l’Elisa è rientrata con gli altri alla Casa delle armi al Foro Italico. Ma il vulnus resta. E va bene che con gli olimpionici non si sa mai, e che Alex Schwazer dopo le lacrime e la riabilitazione l’hanno beccato (l’avrebbero) positivo un’altra volta. E va bene che le squalifiche per doping sono rimaste l’unico tipo di sanzioni che l’occidente riesca ad applicare a chicchessia, ad esempio alla Russia di Putin. Ma al Quirinale? Durante una cerimonia ufficiale? Gli energumeni della Iaaf affermano di essersi mossi in base al whereabout, il protocollo che impone agli atleti di essere sempre reperibili per i controlli a sorpresa (provassero un po’ con le centrali iraniane). Ma detta così, sembra il waterboarding applicato allo spirito olimpico. A meno che sia il nuovo protocollo-trasparenza della luminosa epoca Raggi.

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