La brutta morte morale di fare il tifo sulle foto di Giulio

Andrè Bazin, il fondatore dei Cahiers du cinéma, sosteneva che due tabù le immagini – parlava di quelle in movimento – non dovrebbero mai violare, “la morte e la piccola morte”, che in francese sta per l’orgasmo.
Andrè Bazin, il fondatore dei Cahiers du cinéma, sosteneva che due tabù le immagini – parlava di quelle in movimento – non dovrebbero mai violare, “la morte e la piccola morte”, che in francese sta per l’orgasmo. Sulla seconda, il mondo è andato oltre. Sulla prima, siamo sempre lì, con il pelo sullo stomaco o il pudore della cattiva coscienza, a interrogarci. O a fare finta. Mostrare o no le fotografie del corpo martoriato di Giulio Regeni? Lo hanno minacciato, estrema ratio, i suoi genitori: “Saremo costretti a mostrare le foto di nostro figlio torturato”. E della loro decisione non c’è da dire nulla, né ora né nell’eventuale dopo. E’ l’uso mediatico del tema, invece, che fa inorridire. Le foto di Stefano Cucchi avevano (hanno) un senso, diversamente di lui non avremmo saputo nulla. Di Giulio Regeni, si può dire lo stesso? Si può tifare, come fa Oliviero Toscani, in nome dell’onnipotenza delle immagini? “Sono la prova della verità. Diffondetele prima che il governo italiano giunga a una soluzione di compromesso”, ha detto. Melania Mazzucco su Repubblica si interroga sulla liceità e necessità di mostrarle, si augura alla fine di no. Ma è significativo che parta “dai segni dei chiodi” che san Tommaso voleva vedere, per credere. Cita Susan Sontag: le fotografie “non possono creare una posizione morale, possono rafforzarla”. Il fatto è che il dibattito non è sulla morte, è un derby di tifoserie: far vedere solo le foto che rafforzano la tua, di posizione morale. Ed è una brutta morte, anche questa.

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