C’era un egiziano copto all’Onu. Ma non era colpa sua

Andarsene a 93 anni, in un tranquillo ospedale della propria città, dopo essere stato, in privato, (cito dal Guardian) “un esteta che ha raccolto una preziosa collezione d’arte e antichità, che amava gli abiti di sartoria, il buon vino e i cibi esotici”, non è quel che si dice una brutta morte.
C’era un egiziano copto all’Onu. Ma non era colpa sua
Andarsene a 93 anni, in un tranquillo ospedale della propria città, dopo essere stato, in privato, (cito dal Guardian) “un esteta che ha raccolto una preziosa collezione d’arte e antichità, che amava gli abiti di sartoria, il buon vino e i cibi esotici”, non è quel che si dice una brutta morte. Se ne fa di peggio, al Cairo, di questi tempi. C’è però che il defunto si chiamava Boutros Boutros-Ghali, era un egiziano copto, diplomatico e giurista, ed era stato segretario generale dell’Onu tra il 1992 e il 1996. Anni brutti, anche se non ce li ricordiamo più. La permanenza sulla sedia più alta del Palazzo di vetro di Boutros-Ghali, del quale in mancanza d’altro non possiamo che supporre l’integrità, è stata funestata da due immani tragedie, che sono anche, se non soprattutto, due errori politici suoi. Il genocidio di mezzo milione di Tutsi nel 1994 in Rwanda, con i caschi blu che non intervennero. Anni dopo il segretario ammise: “E’ stato il mio peggior fallimento alle Nazioni Unite”. Un po’ poco. E davvero poco, anzi niente, fu anche ciò che l’Onu fece a Srebrenica nel 1995: più di ottomila musulmani uccisi dai miliziani di Ratko Mladic. Ci sono le colpe della storia e quelle degli uomini, che sono meno facili da giudicare. Però, appunto, colpe storiche solo sue. Forse a causa della collettiva menzogna onusiana per cui il solo diritto del mondo ha da essere quello delle Nazioni Unite. Anche se, oggi che sulla scena sono tornate le nazioni e basta, non è che l’inetto Boutros-Ghali sfigurerebbe.

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