Autista, giudice, cagotto

La settimana di Sanremo, o di carnevale, per i nostri giudici pari sono. Il popolo sovrano scelga poi se ridere ai lazzi, o cantarsela e metterla in saccoccia. Ma che un giudice dell’udienza preliminare di Roma abbia prosciolto un autista dell’Atac accusato dalla procura di truffa aggravata per esse
La settimana di Sanremo, o di carnevale, per i nostri giudici pari sono. Il popolo sovrano scelga poi se ridere ai lazzi, o cantarsela e metterla in saccoccia. Ma che un giudice dell’udienza preliminare di Roma abbia prosciolto un autista dell’Atac accusato dalla procura di truffa aggravata per essersi dato malato negli stessi giorni in cui la notte andava a esibirsi in locali pubblici, cantando Califano alla maniera di Verdone quando faceva Elvis, è un fatto notevole. Per il carnevale e per la giurisprudenza (e pure per gli utenti dell’Atac, ma che ci possiamo fare?). La storia è questa. L’autista la mattina ha la dissenteria, e converrete che guidare il 50 Express col cagotto, non è cosa. Ma l’imbarazzo intestinale non ti mette in imbarazzo, la sera, se vuoi cantare “Tutto il resto è noia”. La malattia preclude il lavoro, non il canto. “Il fatto non sussiste”, si dice, perché la partecipazione all’evento canoro è perfettamente compatibile con la malattia, è solo la malattia a non esserlo con il bus. Basta trovarsi “all’interno del domicilio per eventuali controlli da parte dell’autorità sanitaria”, e poi si è liberi “di allontanarsi dall’abitazione e di svolgere qualunque attività”. Nell’Italia in cui un professore è stato licenziato perché, anni prima, aveva fatto pipì su un cespuglio, è sempre carnevale.

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