Ma la piccola Giada non è un’editorialista di MicroMega

La bambina si chiama Giada, e questa volta non è “un nome di fantasia”, perché la storia è bella e piena di buoni sentimenti. Così la chiameremo anche noi per nome, Giada, perché non è di certo con lei che vogliamo prendercela. La storia l’hanno beccata alla Provincia di Como e da Porlezza, terra di
La bambina si chiama Giada, e questa volta non è “un nome di fantasia”, perché la storia è bella e piena di buoni sentimenti. Così la chiameremo anche noi per nome, Giada, perché non è di certo con lei che vogliamo prendercela. La storia l’hanno beccata alla Provincia di Como e da Porlezza, terra di Fogazzaro, s’è spalmata giù come miele fin sui nostri cinici cuoricini. La maestra aveva spiegato la Guerra mondiale e la Shoah, e poi aveva dato il compito a casa: “Disegna come immagini la guerra”. Ma Giada no, è andata a casa turbata, e ha detto a mamma e papà, tra le lacrime, che la guerra è piena di sangue, che è una cosa che la fa soffrire e lei non se la sentiva di fare quel compito. E allora il disegno non l’ha fatto, ha preso carta e penna e ha scritto: “Io non voglio disegnare la guerra perché è una cosa molto brutta e muoiono tante persone”. E fin qui tutto bene, che una bambina capisca e soffra di ciò che è la guerra, le fa solo onore. Un po’ meno onore si fanno i dirigenti scolastici, quelli stile classico “volevamo anche noi essere don Milani”, quelli in fuga dalla realtà, e dai bambini, che hanno commentato: “E’ un grande esercizio di educazione civica con un nucleo di disobbedienza civile positiva”. (Abbasso il disegno!). “D’altronde la bimba non fa altro che ricordarci la Costituzione: l’Italia ripudia la guerra”. Ecco: una bambina così buona e brava, trasformarla, innocente com’è, in una editorialista per i trent’anni di MicroMega, questo sì che è da Telefono Azzuro.

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