La privacy del bambino boia e la percezione della guerra

Ieri altri sei, e sarebbero più di 700 dall’inizio dell’anno. I bambini. Dal 3 settembre di quella foto, di Aylan, di acqua sui morti ne è passata molta, ci si abitua. Il punto sarebbe però di capirli, provare a capirli, i fatti.
Ieri altri sei, e sarebbero più di 700 dall’inizio dell’anno. I bambini. Dal 3 settembre di quella foto, di Aylan, di acqua sui morti ne è passata molta, ci si abitua. Il punto sarebbe però di capirli, provare a capirli, i fatti. Che significa guardarli, nel loro rapporto con l’informazione. Cioè col nostro mondo irreale e percepito. C’è una notizia di ieri che aiuta a leggere la questione “bambini e guerra” da un punto di vista per così dire capovolto. Il 13 gennaio scorso il Tg3 delle 19 aveva mostrato tre sequenze di un video dell’Isis, quello famoso di un bambino che uccide (ucciderebbe) due prigionieri e poi esulta. Il Garante per le comunicazioni, l’AgCom, intervenne a indagare: c’era la faccenda della fascia protetta e della crudezza delle immagini. Ma c’era anche, udite udite, un altro problema: il volto del bambino jihadista non era oscurato. Nel suo verdetto, l’AgCom ha assolto il Tg3 riconoscendo che aveva protetto adeguatamente i suoi piccoli ascoltatori e le famiglie, eliminando le sequenze più crude e “morbose”. E alla luce di tutto questo cautelarsi, riconosce bontà sua l’AgCom, persino mostrare “sia il volto del bambino che uccide, sia la sua esultanza dopo la presunta esecuzione” era legittimo. Perché, evidentemente, il problema dell’AgCom era tutelare il diritto alla privacy del piccolo boia, poveretto. Molto più di quanto, evidentemente, gli importi che noi e i nostri figli possiamo vederle, le cose, e capirle. La non vaga impressione, invece, è che non si capisca, e non si voglia.

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