Il Giubileo e la geniale apostasia economica islandese

A 48 ore dall’apertura della Porta santa, il dibattito è polarizzato su due soli questiti: la gente non viene a Roma, e dunque il Giubileo non serve economicamente a un tubo, oppure il Giubileo non vale nulla dal punto di vista economico.
Il Giubileo e la geniale apostasia economica islandese
A 48 ore dall’apertura della Porta santa, il dibattito è polarizzato su due soli questiti: la gente non viene a Roma, e dunque il Giubileo non serve economicamente a un tubo, oppure il Giubileo non vale nulla dal punto di vista economico (“low cost”, secondo il pallottoliere di Oscar Giannino), ma è meglio così perché di soldi pubblici per questa fabbrica delle indulgenze ne abbiamo già buttati abbastanza? Da entrambi i corni del dilemma affiora un’amara verità, in questi tempi che il nemico religioso assale e non c’è presepio che ci difenda: a noi italiani, occidentali perfino, del Giubileo e del cristianesimo non ci viene nulla in saccoccia. Apostasia, tecnicamente detto. E per motivi di vil pecunia, per di più. Una prova sperimentale viene dall’Islanda, sempre all’avanguardia in tutto quel che fa secolarismo spinto. Altro che 8 per mille, altro che soldi buttati nelle casse del clero. Lì bisogna appartenere per forza a una fede, la chiesa luterana la fa da padrona, e per appartenervi devi pagare una tassa. Se non ti iscrivi a nessuna religione, be’, paghi lo stesso. Così 3.000 islandesi (l’un per cento della popolazione) hanno deciso che non ne possono più dei balzelli clericali. Hanno rinunciato ufficialmente al cristianesimo e sono passati a un’altra religione, lo zuismo, fondata nel 2013, un culto basato sugli antichi dèi sumeri. Che cosa promettano all’anima non si sa, ma prometteno di dare indietro i soldi della tassa versati per legge. Non sarà misericordia, ma come marketing è divino.

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