Una dotta citazione su Hobbes ci parla del nostro terrore

Carlo Ginzburg, uno dei più grandi storici contemporanei, specialista dell’età moderna, analizza il frontespizio della prima edizione (Londra, 1651) del Leviathan di Hobbes. Lo faceva ovviamente per parlare del nostro mondo, appena qualche anno fa.

Nel secondo di cinque brevi “saggi di iconografia politica”, da poco ripubblicati da Adelphi col titolo “Paura reverenza terrore”, Carlo Ginzburg, uno dei più grandi storici contemporanei, specialista dell’età moderna, analizza il frontespizio della prima edizione (Londra, 1651) del Leviathan di Hobbes. Lo faceva ovviamente per parlare del nostro mondo, appena qualche anno fa. Ma sembra inevitabilmente oggi. E oggi, è più saggio stare ad ascoltare Carlo Ginzburg che scrivere parole a vanvera: “Parlerò di terrore, non di terrorismo. Non credo che la parola ‘terrorismo’ ci aiuti a capire gli eventi sanguinosi cui viene riferita. Come il terrorismo, anche il terrore è attuale…”. Inizia così. E alla fine: “Viviamo in un mondo in cui gli stati minacciano il terrore, lo esercitano, talvolta lo subiscono. E’ il mondo di chi cerca di impadronirsi delle armi, venerabili e potenti, della religione, e di chi brandisce la religione come un’arma. Un mondo in cui giganteschi Leviatani si divincolano convulsamente o stanno acquattati aspettando. Un mondo simile a quello pensato e indagato da Hobbes. Ma qualcuno potrebbe sostenere che Hobbes ci aiuta a immaginare non solo il presente ma il futuro: un futuro remoto, e tuttavia forse non impossibile”. Ora ci siamo. Paura, reverenza, terrore.

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