Perché Imagine è il perfetto canto funebre per Parigi

C’è solo una postilla, che in altri frangenti sarebbe stata malinconica, ma ora vorrebbe solo essere lucida, ai commenti già fatti, compreso il mio gran dirimpettaio Andrea’s, alle immagini del pianista che ha trascinato con la bicicletta il pianoforte fino a rue Richard Lenoir, al Bataclan, per ded
C’è solo una postilla, che in altri frangenti sarebbe stata malinconica, ma ora vorrebbe solo essere lucida, ai commenti già fatti, compreso il mio gran dirimpettaio Andrea’s, alle immagini del pianista che ha trascinato con la bicicletta il pianoforte fino a rue Richard Lenoir, al Bataclan, per dedicare Imagine alle vittime di venerdì. A tutta Parigi. In altri frangenti sarebbe bastato commentare con irritazione l’incongruità di suonare la colonna sonora dell’utopia pacifista nel bel mezzo della guerra. Rimane però, e stride ancora di più, o invece, penso, non stride per niente che il succo di quella canzone sia in quel verso, “and no religion too”. Nessun Dio, né cattivo ma nemmeno buono, nell’orizzonte delle nostre vite. Imagine è la canzone di Parigi, Parigi è la città di Imagine. La città dei Dreamers di Bertolucci, del nichilismo scambiato per rivoluzione, della rivoluzione scioltasi nel nichilismo. La capitale del mondo come l’abbiamo immaginato, voluto, negli ultimi cinquant’anni, diciamo. Non poteva, in fondo, avere per sé un canto funebre migliore.

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