Si può definire un candidato “la bocconiana incinta”? Ed essere bocconiana e grillina?

Ieri alla Bocconi c’era Tim Cook, che oltre alla montagna di soldi e a essere l’uomo più influente sulle nostre vite presenti e future, è anche un pimpante attivista dei diritti civili e contro le discriminazioni, come va di moda. Devono augurarsi, a Via Solferino, che il ceo di Apple non abbia letto quel titolo da far svenire la Boldrini, e che la prestigiosa università che lo ospitava pure tirava in causa, di sguincio: “La bocconiana incinta”. Altro che privacy, altro che uso spregiativo di una caratteristica (l’aspettare un bebè) che tutt’ora, e fin quando dura, appartiene a un universo da tutelare: le donne. E invece: “La bocconiana incinta”. Quasi fosse una colpa, sia l’esser femmina alla Bocconi, sia quel che fa del proprio corpo. Michelle Obama sarebbe esplosa, a Fox News avrebbero mandato la Guardia nazionale. Ci sono titoli che scappano via così, e nessuno forse s’era chiesto che effetto fanno. Ma fanno l’effetto di smutandare il nostro inservibile correttismo politico. Dopodiché c’è da dire che la bocconiana incinta si chiama Chiara Appendino ed è la candidata a sindaco di Torino scelta dal Movimento 5 stelle. Una grintosa signora che, per fare la première dame del partito più anticastale, più populista, più sanculottista che ci sia, è pur sempre una manager scuola Bocconi, con un passato alla Juventus. Che a Torino, proprio il contrario della casta e del potere non è. Ah, il popolo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi