Cosa non vedono i gattini ciechi

Guardare è pensare. PPP aveva negli occhi l’arte, Muccino ha Fb

Gabriele Muccino ha massacrato il Pasolini regista ed è stato insolentito su Facebook. Faccenda bizzarra: di solito canaglia non mangia canaglia. Ora ha chiuso il suo profilo, ma non è il punto. Lo sono invece le cose dette da Muccino: Pasolini “usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico”, “il cinema pasoliniano aprì le porte a quello che era di fatto l’anti cinema, in senso estetico e di racconto”. Non so che liceo abbia fatto Muccino. So che il mondo si divide ingiustamente tra chi ha fatto un buon liceo, e chi no. Il resto è vita perduta. E per dire che Pasolini ha inventato “l’anti cinema in senso estetico” bisogna ravanare a lungo nel bidone dell’ignoranza.

 

I film di PPP possono essere brutti o belli (qualcuno molto bello, qualcuno brutto assai). Ma se c’è uno che ha usato del suo occhio, in ogni sua inquadratura, per un fatto di estetica, un dialogo con sbavature ma ininterrotto con la realtà attraverso la storia dell’arte, è Pasolini. Solo che per guardare un’inquadratura di Pasolini bisogna avere negli occhi Masaccio, o Giotto, perfino Piero della Francesca. Bisognerebbe intuire che il Pasolini maggiore non è lo scrittore o il regista, ma forse il figurativo, e il critico d’arte che non è mai stato: un uomo che guardava, pensava e trasformava il mondo attraverso i canoni e la bellezza della pittura, soprattutto italiana. Cosa che a Muccino e alle sue inquadrature banali fino all’invisibilità non è accaduto. E ai trentenni non è più dato di sperimentare. C’è anche chi giudica illeggibile Petrarca, o inguardabile Guido Reni: ne faremo una colpa a loro due? Però si dice: ai film di Muccino ci vanno tutti, e fa i soldi. Anche da Bernardo Caprotti ci vanno tutti. E posso assicurare che certi tagli di luce e colore, verso sera, nei megastore Esselunga valgono un Rothko, o almeno un LaChapelle. Basta saper scegliere, o meglio saper guardare. Che è diverso dal solo vedere. Per Kubrick il cinema era “la fotografia di una fotografia”, non un semplice racconto. Bisogna saperlo guardare. Per guardare Kubrick, o Pasolini, Visconti e persino Tarantino bisogna aver negli occhi la storia dell’arte. Non perché faccia chic, o per far contento Franceschini che stacca biglietti ai musei. Ma perché, come diceva  Fassbinder (Rainer Werner, un altro regista che qualche quadro bisogna averlo visto), “la storia dell’arte libera la testa”. Guardare è pensare. Piacere o non piacere è Facebook.

 

Stefano Sgambati scrive oggi a pagina due che “Carmelo Bene poté dire peste e corna non solo del PPP regista ma anche del PPP poeta, però era Carmelo Bene, qualsiasi cosa significhi”. Significa esattamente questo: che la Natura è matrigna e stronza, fa i geni come Carmelo Bene e gattini ciechi come Muccino. E la Cultura è ancora più stronza, fa le persone che guardano e leggono e i liceali ciechi. Che poi, per uno scherzo in combutta con la Natura, a volte raggiungono i trent’anni. Si può guardare il mondo da un oblò, e tenerselo così com’è, e pensare che sia il migliore dei mondi possibili, come Candide, l’idiota. Basta scegliere. E non rompere i coglioni, dopo.

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