Il maratoneta che guardava passare i treni a New York

Poi ci sono storie così, che chissà cosa dicono alle nostre vite. Gianclaudio P. Marengo l’hanno trovato nella metropolitana di New York, dopo “un calvario di due giorni”. Messo maluccio, confuso e con ancora indosso la tenuta da gara. Ha trent’anni, non parla inglese e non era mai stato a New York.
Poi ci sono storie così, che chissà cosa dicono alle nostre vite. Gianclaudio P. Marengo l’hanno trovato nella metropolitana di New York, dopo “un calvario di due giorni”. Messo maluccio, confuso e con ancora indosso la tenuta da gara. Ha trent’anni, non parla inglese e non era mai stato a New York. C’era arrivato con altri sette italiani per correre la Maratona di New York. S’era allenato un mese (che come sanno i maratoneti, è meno di un battito di ciglia). Aveva poche cose con sé, la mappa della subway, l’indirizzo dell’albergo a Queens, qualcosa da mangiare. Faceva parte di un gruppo della comunità di San Patrignano, “fragile, vulnerabile, come le persone che trovano una chance dopo anni di dipendenza”, ha scritto il Nyt. O forse come L’uomo che guardava passare i treni di Simenon, che siamo tutti noi certe mattine in metrò. Ma con chissà quali anticorpi per non perderci. In bocca al lupo al Gianclaudio che c’è in tutti. (Però avvisate almeno Letizia Moratti. Dopo “Nutrire il pianeta, energie per la vita”, c’è da occuparsi di “salvare i dispersi”).

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