Come stiamo a Cruijff?

Dato per buono che il cancro al cervello di Francesco non sia un complotto dei conservatori, ma solo una bufala, la notizia che Johan Cruijff se la giochi con un cancro al polmone pare invece tristemente vera. Mille auguri.
Come stiamo a Cruijff?
Dato per buono che il cancro al cervello di Francesco non sia un complotto dei conservatori, ma solo una bufala, la notizia che Johan Cruijff se la giochi con un cancro al polmone pare invece tristemente vera. Mille auguri. Ma potrebbe essere, quella sì, un complotto conservatore contro un’intera epoca. Mitico calciatore, magnifico polemista, uomo pubblico (non mediatico), olandese e catalano (democrazia modernità e libertà), Cruijff ha incarnato meglio di una rockstar, di un attore o di un politico l’età senza peccato della rivoluzione felice. Quella in cui si poteva giocare su un campo totale senza più regole e ruoli, pensando a sé e non all’avversario (l’unica difesa è il mio gioco), si poteva essere atleti, fumare e portarsi le ragazze in ritiro con la squadra: tutto in una volta sola. Senza farsi male. Non un ribelle, è uno che il potere l’ha preso. Liberi e basta, in un mondo senza confini e nemici né in campo né nella testa. Questo è il Cruijff in cui s’è specchiata un’intera, lunga generazione che intanto perdeva molte guerre, e molto spirito di sé. Che Cruijff sia malato, più che un segno del tempo, sembra la nemesi di tutto ciò che sta fuori, e che quella rivoluzione non ha sconfitto. E il suo sfinimento, speriamo lontano, l’età di uno sfinimento per mancanza di convinzioni, di nemici, su cui ieri Paola Peduzzi ha scritto un gran pezzo.

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