Lo sconto di pena e quei dubbi che alle vittime restano

Riccardo Viti, l’idraulico fiorentino che lo scorso anno ha crocifisso una prostituta sotto un cavalcavia, merita anche pietà. E anche la sua vittima, va da sé. Viti è stato condannato a vent’anni di carcere. Se alla fine ne sconterà di meno, non possiamo dirlo e ci saranno buoni motivi, nel caso. I
Riccardo Viti, l’idraulico fiorentino che lo scorso anno ha crocifisso una prostituta sotto un cavalcavia, merita anche pietà. E anche la sua vittima, va da sé. Viti è stato condannato a vent’anni di carcere. Se alla fine ne sconterà di meno, non possiamo dirlo e ci saranno buoni motivi, nel caso. Il compagno della donna, come spesso accade, s’è detto deluso della sentenza. Ma è un effetto del processo con rito abbreviato, che ha molti pregi, tranne quello di funzionare quasi in automatico. La pena è ridotta di un terzo, salvo per i casi di ergastolo senza isolamento diurno, in cui scende a trent’anni di reclusione, eccetera. Sono contro la pena di morte per puro preconcetto papista, non sono un giurista, non mi piace neppure il “fine pena mai” e forse ha ragione Luigi Manconi quando dice che bisogna abolire il carcere. Però, basta guardare le cronache anche più recenti per accorgersi che spesso il meccanismo dello sconto di pena previsto dal giudizio abbreviato lascia nelle vittime un senso di ingiustizia subìta. E nell’opinione pubblica, quando va bene, un senso di incertezza dal diritto. Visto che stiamo riformando tutto, dalla Costituzione al Senato alla Giustizia (intervenendo anche sul rito abbreviato) forse sarebbe il caso di interrogarsi pure sullo strano meccanismo che sembra badare più al colpevole che alle vittime, anche per i delitti efferati. Detto così, non per spirito vendicativo. Ma per l’idea,  anche un po’ umana, che della giustizia le vittime vorrebbero poter avere.

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