La Mina vagante del Papa pop e quel furbone di Orbán

Okkey, okkey, l’ha fatto un’altra volta. Ne ha detta un’altra delle sue, che farà il solito giro del web. Non c’è più modo di difenderlo, non si può dargli sempre ragione – una volta parla a braccio, quell’altra è per farsi capire, e chi è lui per non andare dall’oculista.
Okkey, okkey, l’ha fatto un’altra volta. Ne ha detta un’altra delle sue, che farà il solito giro del web. Non c’è più modo di difenderlo, non si può dargli sempre ragione – una volta parla a braccio, quell’altra è per farsi capire, e chi è lui per non andare dall’oculista. Basta. Hanno ragione i suoi detrattori, o per così dire quelli che hanno una percezione problematica del suo modo di fare. Con l’occidente che va a rotoli come sta andando. Con il gender che picchia duro. Con quelli che tagliano le teste e quegli altri che arrivano. Con il laicato che ha smesso di laicare. E forse pure di raziocinare. Con le misericordine a man bassa e il divorzio ecclesiale di fretta. Con tutto questo, lui, invece di far sentire la voce dura della dottrina, il latinorum invece del populorum, la controintuizione opposta al sentimento, lui che ha fatto? Ha citato Mina. Dall’altare, nell’omelia: “Parole, no? Come si cantava in quella bella canzone: ‘Parole, parole, parole, soltanto parole’, no? Credo che Mina la cantasse”. Papa pop, peggio di Pupo. La prossima volta che farà? Citerà “sei grande grande grande” per spiegare l’Onnipotente? O se gli gira, appena atterra in America si mette a citare “stranger in the night”, tanto per fargli capire che i profughi sono pure fatti loro? Chi la ferma più, la deriva del pontificato? Altro che low cost, qui siamo al cristianesimo discount. (Però poi, a pensarci: ma se i cristiani sono messi così male, quel furbone di Orbán che cazzo se li porta in casa a fare?).

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