Quella foto

Quella foto, il bambino morto sulla battigia, il volto nella sabbia, il braccio lungo il corpo. E’ un fatto. Non un’immagine. Non una denuncia, non un diritto di cronaca.

(Leggerete articoli e commenti del Foglio su quella foto. Io avevo deciso di non scrivere parole. Solo guardarla, in silenzio. Ho cambiato idea e scrivo qua sotto perché il silenzio).

 

Quella foto, il bambino morto sulla battigia, il volto nella sabbia, il braccio lungo il corpo. E’ un fatto. Non un’immagine. Non una denuncia, non un diritto di cronaca. Di solito una fotografia, qualunque fotografia, è un ritaglio del mondo, c’è sempre il resto che rimane fuori: il contesto, cioè il commento, la presa di posizione. Lo sguardo di chi l’ha scattata.

 

Quella foto no. E’ uno di quei momenti, così rari, per fortuna o purtroppo, in cui un’immagine cessa di essere un medium e anche un messaggio. Rimarrà, quella foto. Perché è l’irrompere della realtà. Come la bambina del napalm, come il bambino dietro il filo del lager, come Guernica. E’ un fatto, è la cosa in sé. Non un segno: una realtà.

 

L’uomo è quell’unico livello della natura che, almeno in date circostanze, di fronte a certi eventi, ha la facoltà di riconoscere la realtà in quanto dato, di non confonderla con la sua immagine, col suo contesto, col suo commento. Quella foto è un fatto. La percepisce l’occhio. La mente (o il cuore) dell’uomo ne accusa il colpo, il contraccolpo. Se riesce, in silenzio.

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