Quando i Salvini fanno “Hu” (note di onomastica padana)

Dai, è una bolla. Dèmm sù, che l’è dumà on balòn, come quella della Borsa di Shanghai, che poi si sgonfia e di cinesi che ridono rimagono solo quelli del mitico Yue Minjun, l’artista dei cinesi che ridono.
Dai, è una bolla. Dèmm sù, che l’è dumà on balòn, come quella della Borsa di Shanghai, che poi si sgonfia e di cinesi che ridono rimagono solo quelli del mitico Yue Minjun, l’artista dei cinesi che ridono. La notizia del sorpasso, a Milano, del cognome Hu sul cognome Brambilla era fortemente anticipata già un anno fa (4.132 contro 1.941). Tenevano botta solo i Rossi (4.281), ché il Signor Rossi non tradisce mai. Ma ieri i dati dell’ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza (che c’hanno l’aria di essere dei pericolosi galantiniani pro-immigrati, ’sti comunisti) ci hanno informato che il cinese Hu è il cognome più diffuso tra i titolari di imprese nate tra gennaio e agosto 2015. E non solo in Lombardia, ma anche in Veneto e Piemonte: 416 citazioni tra le imprese individuali nei primi otto mesi dell’anno. Poi seguono i Chen e gli indiani Singh. E noi qui, caro Matteo (l’altro), noi qui che “fermiamo l’Italia”, che li aiutiamo a casa loro, che ci rubano il lavoro e vanno pure a puttane con i nostri soldi. Tu chiamali, se vuoi, immigrati. Oppure dai, c’è sempre il Davide Van de Sfross per potersi incazzare con “tutta sta gente culuràda / tràda in gìrr cumè Shangai / Lüü la sa, lüü l’è convinto, l’è stada la causa de tücc i sò guai”.

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