Il bambino nel buco nero e i nostri protocolli generosi

Non ci pensa chi legge i giornali, non ci pensiamo mai noi che li scriviamo, ma sono spesso i titoli, più che gli articoli, a rivelare qualcosa di profondo, a volte indicibile, della notizia che si pretende di dare. E a portare a galla “i pensieri segreti di molti cuori”. Così il titolo in prima su
Non ci pensa chi legge i giornali, non ci pensiamo mai noi che li scriviamo, ma sono spesso i titoli, più che gli articoli, a rivelare qualcosa di profondo, a volte indicibile, della notizia che si pretende di dare. E a portare a galla “i pensieri segreti di molti cuori”. Così il titolo in prima su Libero di ieri, “La metro di Marino uccide un bimbo”, è a suo modo perfetto, al limite del gangsteristico (nel senso dello stile giornalistico). Ma parla di un’altra cosa, racconta un’altra ossessione, e in fin dei conti occulta il fatto. Anche più di quanto siano riusciti, con meno destrezza e fantasia, altri titoli più rispettosi del canone della cronaca. La cronaca è questa: un bambino è caduto nella buca dell’ascensore nella stazione della metropolitana ed è morto. La tragedia invece è quest’altra: “E’ stato un eccesso di generosità dell’agente di stazione che poi si è trasformato in una tragedia”. Voleva far prima a toglierlo dall’ascensore bloccato, ma gli è scappato giù, nel buio. Una persona che sa molte cose di protocolli di sicurezza mi spiega che, se applicati con logica e senza farsi prendere dalla generosità (un cattivo retaggio italiano), salvano molta più gente: un terzo in più. Ci credo. Ma vaglielo a spiegare a quel generoso disgraziato. Alla mamma. Vallo a spiegare a noi stessi, che non siamo eroi ma crediamo incrollabili che si agisca sempre a fin di bene. Il bambino inghiottito dal buco nero è l’archetipo della morte senza senso più agghiacciante del mondo. Vaglielo a spiegare, in un titolo.

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