Il ragazzo morto a Milano e le comete

Ma perché ti hanno ucciso? Dimmi almeno questo’, domanda Fiore dopo una lunga pausa.
'Ma perché ti hanno ucciso? Dimmi almeno questo’, domanda Fiore dopo una lunga pausa. Il ragazzo resta immobile con le mani chiuse una nell’altra; poi sorride ancora e spalanca le braccia. ‘C’è poco da dire. E’ stato un brutto affare, ecco tutto; non so neanch’io com’è stato e chi sia stato, del resto non m’importa. Uno o l’altro fa lo stesso. Non si va a cercare, Fiore, chi è stato e perché mi ha messo in questa brutta condizione, non lo si va a cercare. Non ci si guadagna nulla, si resta come si è, perché nessuno ti può aiutare quando sei così’. ‘Non avresti potuto salvarti, scappando?’. ‘Scappare, sono scappato per tutta una notte fino al mattino; e sai a cosa è servito? A niente’”. E’ un dialogo da Il ragazzo morto e le comete di Goffredo Parise, anno 1950, quando Fiore ritrova il suo amico, perché i morti non smettono di esserci. A Milano è morto un ragazzo in gita, Domenico, cinquanta giorni fa. Volato dalla finestra dell’albergo. Da solo, coi compagni, trattenuto, buttato. Sobrio o sbronzo. Nessuno lo sa. Si indaga, e ogni volta sui giornali è una notizia smentita, una pista falsa. “Ma non si va a cercare”. Tacciono per paura i compagni, tacciono e li fanno tacere per paura i loro genitori, c’è la maturità. Tacciono i professori che non hanno visto, non hanno guardato. Tace tutta la scuola, il fastidioso caso è solo un caso fastidioso. E comunque sia andata, “c’è poco da dire. E’ stato un brutto affare”. Brutto come questo tacere.

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