I delfini di AstroSamantha e l’ultimo nastro di Krapp

Non ho mai letto Guida galattica per autostoppisti, ma un giorno lo farò se non altro perché un’amica il cui giudizio è insindacabile mi ha detto che è bello. Forse esagero, e non lo leggerò mai, se non altro perché AstroSamantha Cristoforetti se n’è tornata da 200 giorni nello spazio tuittando alla
Non ho mai letto Guida galattica per autostoppisti, ma un giorno lo farò se non altro perché un’amica il cui giudizio è insindacabile mi ha detto che è bello. Forse esagero, e non lo leggerò mai, se non altro perché AstroSamantha Cristoforetti se n’è tornata da 200 giorni nello spazio tuittando alla “maniera dei delfini”: “Addio e grazie per tutto il pesce”, battuta cult della Guida galattica. E c’è qualcosa di molto contemporaneo, dunque insulso, di respingente, nell’icona dell’astronauta che ha 550 mila follower su Twitter e non so quanti amici su Fb, che detiene “il record della presenza di una astronauta sui social network” e pure la playlist della sua musica orbitale. Il mistero delle stelle resterà un grande mistero. Il mistero per cui, umbertoechianamente, milioni di persone si sono appassionate alla sua gita nello spazio è molto più oscuro, insondabile. Probabilmente  banale. E’ che tutti (mi ci metto dentro,  va’), avendo poche o punto cose da fare nella parte dell’orbe terracqueo che ci è stata affidata, preferiamo sognare mondi nuovi e talmente perfetti dove si possa non dico non morire, ma non invecchiare. Come in Dipartita finale, il testo teatrale di Franco Branciaroli in scena a Milano dove il 95enne Gianrico Tedeschi (immortale) deve cantare e ballare, perché la morte è morta e non si decide ad arrivare. E alla fine c’è una geniale parodia dell’Ultimo nastro di Krapp di Beckett, quello del protagonista che risente le sue parole da giovane. E non sa che cazzo c’è, poi.

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