Tributo a Pirlo, agli occhi tristi e alla “felicità indotta”

Gli sfottò li abbiamo lasciati tutti sui tweet di sabato sera, o negli euforici whatsapp agli amici, almeno noi che siamo stati gufi e non c’è da vergognarsi, perché lo sfottò non è la vita degenere del tifo, è una parte della vita.
Gli sfottò li abbiamo lasciati tutti sui tweet di sabato sera, o negli euforici whatsapp agli amici, almeno noi che siamo stati gufi e non c’è da vergognarsi, perché lo sfottò non è la vita degenere del tifo, è una parte della vita. Ma passata la festa (ops, ci risiamo), quel che resta di Berlino, assieme agli occhi felici di Xavi che se n’è andato dal calcio col pallone e la coppa, come sogna di fare ogni bambino, sono gli occhi e la barba bagnata di sudore e di lacrime di Andrea Pirlo. Il più grande della sua generazione, uno degli italiani più bravi di sempre. Tributargli l’applauso, il saluto forse per un addio, con la mano sul cuore. Viene naturale ammirarlo, ma anche interrogarsi di fronte a quei suoi occhi enigmatici, tagliati all’ingiù, mai pronti a esplodere di gioia (forse davvero solo a Berlino, l’altra volta, 2006). Quegli occhi e quel naso tristi, ma non da italiano in gita. Bisogna ammirarlo, perché Andrea Pirlo è un italiano così poco italiano. Per il linguaggio del corpo e le parole poche e ben spese, perché s’è fatto crescere la barba e non la cresta, e ha deciso di vestire come un signore di campagna. Perché è sempre stato un artigiano filosofo più che un funambolo, “Penso quindi gioco” è il libro che ha scritto. Perché è uno che chiama gli assist, che sono la specialità più intelligente e difficile del calcio, “una felicità indotta”. E ci vuole un bel pensiero per usare parole così. Per essere un italiano così poco tipico, cioè originale.

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