Pensare positivo e pensare male. Jovanotti e l’hate speech

Ora va bene tutto, ma io di passare come quello che oggi avrebbe detto che è giusto lavorare gratis non ne ho nessuna intenzione, per il semplice fatto che non l’ho detto e non lo penso”. Così Lorenzo Cherubini Jovanotti, costretto sulla difensiva, se non alle scuse, sul suo profilo Fb. La sua colpa
Ora va bene tutto, ma io di passare come quello che oggi avrebbe detto che è giusto lavorare gratis non ne ho nessuna intenzione, per il semplice fatto che non l’ho detto e non lo penso”. Così Lorenzo Cherubini Jovanotti, costretto sulla difensiva, se non alle scuse, sul suo profilo Fb. La sua colpa antisociale è nota: aveva detto all’Università di Firenze che da ragazzo ha lavorato qualche volta gratis, ma è stata una bella esperienza, un arricchimento. Si fa (anche) così per entrare nel mondo adulto. Sul Foglio di ieri Mattia Ferraresi ha descritto i meccanismi attraverso cui i social media possono (e lo fanno) esercitare un controllo su parole e idee che Orwell al confronto è un dilettante allo sbaraglio. Mettere dalla parte del torto qualsiasi affermazione imputabile di essere socialmente inaccettabile, in modo che persino l’ovvio possa essere impugnato come espressione di hate speech. Rendere indicibile un pensiero non conforme. Si riferiva al caso di Caitlyn Jenner, che è un po’ più serio. Ma il meccanismo è identico, con il corollario che più è banale il tema più l’asticella dell’indicibile si abbassa. In Italia poi, il sottozero è sempre in agguato. Così si può arrivare a dire “repubblica degli stagisti” e “precariato selvaggio” e anche cose più cretine, mettendo fuori gioco l’evidenza, categoria aristotelica senza cittadinanza. Colpisce che anche chi, meno male in parecchi, ha difeso Jovanotti, non abbia mai detto la cosa più ovvia: ragazzi, si chiama fare esperienza.

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