Giuanìn senza pagüra Civati è uscito dal gruppo

Non sappiamo se uscendo gli abbia gridato “cagòn”, come Tévez a Max Allegri.
Non sappiamo se uscendo gli abbia gridato “cagòn”, come Tévez a Max Allegri. Sta di fatto che dopo Jack Frusciante anche Pippo Civati è uscito dal gruppo, e la notizia “dispiace ma non sorprende” gli hanno risposto quelli, che avranno pure l’Italicum ma non certo la verve liquidatoria di Togliatti con Vittorini, che se n’era ghiuto “e soli ci ha lasciato”. Ugualmente spiace un po’ che Civati abbia concluso “in tutti i sensi” col Pd, come ha scandito. Perché lui un po’ di verve ce l’ha, non proprio togliattiana ma di questi tempi basta e avanza, e il gusto lapidario per la polemica. Tra un “usare noi contro Berlusconi è un po’ cinico, ma lui ha usato Berlusconi contro di noi”, e un “nel Pd c’è una metamorfosi come quelle di Ovidio che ci facevano imparare a scuola”, e persino “alla Leopolda siamo arrivati al manifesto della destra repubblicana”. Uno che si prende sul serio, ma non sprovvisto d’ironia se ci sa scherzare su: “La mia compagna dice che dovrei fare lo Tsipras di Monza”. Civati ha questa bell’aria da Giuanìn senza pagüra, e visto che è di quelle parti la fiaba la conosce: il piccoletto ma furbo di tre cotte, che resiste senza spavento nel palazzo da cui l’Uomo nero che scende dal camino lo vorrebbe far scappare, e alla fine lo mette nel sacco. Ha resistito senza paura, al Jobs Act e al Nazareno, tra un “francamente vivo meglio senza Berlusconi” e l’altro, ma alla fine ha trovato uno più spericolato di lui. A Matteo non avrà detto “cagòn”, ma in panchina c’è finito lui.

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