Il mio amico Giafar, la moschea di Milano e il Dna

Io non so se il gran Pietrangelo, mio amico e per un certo po’ mio compagno di banco nella pagana Trastevere, faccia bene o male, ora che s’è fatto saracino e ha mutato nome in Giafar al-Siqilli.
Io non so se il gran Pietrangelo, mio amico e per un certo po’ mio compagno di banco nella pagana Trastevere, faccia bene o male, ora che s’è fatto saracino e ha mutato nome in Giafar al-Siqilli, come quell’amico di Ungaretti, “perché / non aveva più patria”. Conosco però Milano, e Lampugnano la Brutta, e l’amore buttafuochesco per la Tradizione. E conosco il Gallaratese, Archetipo Moderno di Aldo Rossi, venato di cupi presagi. Così mi stupisce un poco leggere l’appassionata visione, da poeta mediorientale, che Pietrangelo ha dipinto ieri sul Fatto del progetto della moschea di Milano, immaginato da Italo Rota, architetto. Senza cupola, ma con un grande giardino e vetri e trasparenze. “Un racconto tutto universale”, un minareto “che dall’interno della moschea svetta e apre il tetto, al modo di una scala incrociata, quasi a suggerire la frequenza virazionale del Dna, e perciò un nobile richiamo al Creato; un tappeto di luce”. Non conosco la mistica dell’islam, conosco però un altro uomo di Dio che, dalla parte opposta della città, volle costruire una cupola di vetro sopra il Dipartimento di medicina molecolare, con dentro la spirale del Dna sparata verso il cielo e in cima l’Arcangelo Raffaele. Molto scientista, un tantino new age, non proprio cristiano. E della Tradizione, non parliamo. E’ vero che l’Arcangelo Raffaele nel Corano non c’è. Chissà se c’è la spirale del Dna, però.

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