Il grande Messner, i nepalesi poveri e gli alpinisti global

Il vecchio della montagna non ha un buon carattere, ma è un uomo giusto. E quei luoghi, quel popolo, li ama davvero. Così ha detto la sua verità
Il grande Messner, i nepalesi poveri e gli alpinisti global
Il vecchio della montagna non ha un buon carattere, ma è un uomo giusto. E quei luoghi, quel popolo, li ama davvero. Così ha detto la sua verità: “La vera emergenza non è sull’Everest, la tragedia si sta vivendo nella valle di Kathmandu e in tutte le altre dove i morti si contano a migliaia. Non possiamo avere un’attenzione di serie A per gli alpinisti, che dovrebbero essere in grado di badare a se stessi, anche se la situazione lassù è molto grave, e una di serie B per la popolazione”. Da molti anni Reinhold Messner dice la sua verità, la sua visione del mondo, e critica “l’arroganza con cui i turisti salgono in vetta sulle piste preparate dagli sherpa”. Quando “le montagne più alte vengono attrezzate per le ascensioni turistiche di massa” l’alpinismo diventa turismo, il campo base si allarga a dismisura. “Il campo di Hillary nel 1953, e il mio, erano in una zona decisamente più sicura, non ci sarebbe successo nulla”. Non è per cattiveria che gli alpinisti dovrebbero badare a se stessi. “Al campo base dell’Everest ci sono gli elicotteri… ci sono almeno cento sherpa che lavorano per loro e magari quando torneranno a casa non la troveranno più”. Da molti anni Messner ha qualcosa da dire, e la dice, sulla globalizzazione del viaggio che snatura la natura e i popoli che incontra. E adesso dice che l’occidente sbaglia un’altra volta sentiero se pensa agli alpinisti all inclusive prima che ai villaggi spariti nel fango. “C’è una grande differenza tra 50 morti e cinquemila”. Il saggio della montagna.

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