Come Ismaele a circumnavigare l’Expo

Perdonerete la digressione personale, non è per fare del vecchio new journalism, sono proprio fatti miei. Per una serie di antefatti che non mette conto riportare, abito a tre chilometri in linea d’aria dal sito di Rho-Pero.
Come Ismaele a circumnavigare l’Expo
Perdonerete la digressione personale, non è per fare del vecchio new journalism, sono proprio fatti miei. Per una serie di antefatti che non mette conto riportare, abito a tre chilometri in linea d’aria dal sito di Rho-Pero. Ieri mattina, come Ismaele, avendo poco o punto da fare nella parte del mondo già conosciuta, mi sono spinto a circumnavigare quella strana, iridescente Città di Oz che tutti chiamano Expo. Niente di avventuroso, andavo solo all’Esselunga, il non-luogo più amato dai milanesi. Sotto un sole lattiginoso che promette già afa, là dove fino a quattro, a tre giorni fa – e dico davvero – non esisteva nulla ora sulla linea dell’orizzonte, un po’ sopraelevati sui cavalcavia o inghiottiti da tunnel imprevisti, sfrecciano auto e tir; svincoli e rotonde si inseguono giocando a nascondino con indicazioni in cui persino un indigeno non può che perdersi. Tutto all’interno, nel Luogo, svettano le sagome vagamente disneyane dei padiglioni, si riconoscono il cardo e il decumano. L’impressione è di una cattedrale sempre sul punto di essere conclusa ma che già suona le campane, non fosse per il contraddittorio formicolio delle ruspe e di immani braccia meccaniche. Là dove non c’è mai stata l’erba, ora c’è una città. Esplodono oggetti urbani dotati di un nome e di un loro provvisorio status. Non mi sbaglio se dico che tutto questo ai milanesi piace, molto. La sfida dell’Expo è già vinta, con il suo Mondo Nuovo di ferrovetro e il suo bel titolo dal suono profetico: Asfaltare il pianeta.
 

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