Di che colore è la pelle di Dio? Canta Paolo Giordano

Amos Oz, pensi. Ma anche meno. Il Werfel degli armeni sul Mussa Dagh, ma anche meno
Amos Oz, pensi. Ma anche meno. Il Werfel degli armeni sul Mussa Dagh, ma anche meno, molto meno. Però qualcuno ci vorrebbe, uno scrittore ci vorrebbe, per parlare di Garissa. Sul Corriere c’è Paolo Giordano. Paolo Giordano, sì. Quello che ha vinto lo Strega con un titolo da copywriter, “La solitudine dei numeri primi”. Propone esperimenti. Proviamo. “Alla pelle scura dei volti schiacciati contro il pavimento, dei toraci nudi e delle braccia, sostituire una carnagione chiara, rosata – più simile alla nostra”. Non ci credi. Vai avanti: a “cambiare colore alla pelle dei ragazzi riversi tra le sedie… cambia ancora qualcosa nella nostra reazione”. Stai ascoltando la “Passione secondo Matteo”, eppure ti entra nelle orecchie un motivetto allegro e multiculty di “Viva la Gente” che ha sterminato migliaia di ragazzi cristiani negli oratori, decenni fa: “Di che colore è la pelle di Dio?”. E’ Sabato santo, una volta la chiesa imponeva a tutti – cristiani e no – di stare in silenzio per un giorno intero. Gran bella idea. Invece Giordano scrive: “Una delle studentesse indossava una tunica rossa e gialla, un abito tradizionale; una sua compagna portava invece jeans rosa shocking e una felpa all’americana… la continuità agognata tra due mondi”. Sticazzi. Era meglio, molto meglio, questa: “Di che colore è la pelle di Dio? / Di che colore è la pelle di Dio? / E’ nera rossa gialla bruna bianca perché / Lui ci vuole uguali davanti a sé”. E’ Sabato santo e ti dici: Dio, se ci sei, fallo tacere. O almeno, ridacci “Viva la Gente”.

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