L’addio di Bondi in aprile, il più inconcludente dei mesi

Da noi di solito si fa una pernacchia, di primo mattino, chi si ricorda. Ma nel giornalismo anglosassone il pesce d’aprile è tradizione raffinata, confezionata per tempo.
L’addio di Bondi in aprile, il più inconcludente dei mesi
Da noi di solito si fa una pernacchia, di primo mattino, chi si ricorda. Ma nel giornalismo anglosassone il pesce d’aprile è tradizione raffinata, confezionata per tempo. Lui qualcosa di anglosassone, nei sottotono, nelle cerimonie, nella poesia come il più nobile dei dopolavoro, l’ha sempre avuta. Lei non sapremmo dire, ma la simbiosi fa più miracoli dell’amore, certe volte. Così ci piacerebbe, un po’ per celia, un po’ per autentica malinconia, che fosse lo scherzo di un giorno. Quello di non sedersi più nei banchi di Forza Italia del Senato. Lui e lei, vicini ma infinitamente lontani, rannicchiati per scaldarsi in quel motel per viaggiatori soli che è il Gruppo misto. Un comunicato scarno. Anche se Sandro Bondi è un teorico dei lunghi addii, come fosse un personaggio di Chandler. Innumerevoli volte alla politica aveva già detto addio. Manuela Repetti aveva già scritto una lettera al Corriere, come si fa con la posta del cuore, per annunciare che se ne andava dal partito del Cav., del “dottore”, come lo chiamava lui. E il “dottore”, il presidente, che il primo d’aprile giureremmo non abbia mai dimenticato uno scherzo e un sorriso, è tutto “costernato e amareggiato”. Come uno che non sapesse, non immaginasse. A che serve, adesso? A far propendere per lo scherzo ci sarebbe Rotondi: “Siamo nati dalla crisi della Dc, ci mancava giusto di fare la fine di Martinazzoli”. Sarà mica una frase seria. A meno che avesse ragione Eliot, aprile è il più inconcludente dei mesi.

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