Stare bene nelle proprie scarpe in cielo e sotto la Sistina

Adriano Sofri ha scritto ieri che noi pubblico ci interessiamo sempre alla scatola nera
Adriano Sofri ha scritto ieri che noi pubblico ci interessiamo sempre alla scatola nera, ma poi non ci chiediamo mai, o nessuno mai saprà, com’è andata a finire. Oggi non c’è molto altro da fare, dopo che la scatola nera ci ha detto la sua verità. Senza svelarci il mistero. Così ognuno può stare zitto e solo coi suoi pensieri, con la sua scatola nera. E a me torna in mente un piccolo thriller scritto in tempi non sospetti (insomma prima che Benedetto salutasse) da Lucio Brunelli e Alver Metalli, che sono miei amici, per cui nessuno mi accuserà di fare réclame. Si chiama “Il giorno del Giudizio”. Racconta di un aereo che si schianta sulla Cappella Sistina mentre i cardinali sono chiusi in conclave. Terroristi islamici? Complotti? Poi si scopre che il pilota aveva avuto una delusione d’amore. E questo Andreas Gunter? Era davvero solo depresso (hanno detto)? O un nichilista, o un terrorista? O uno come noi, con una mattina molto storta. La scatola nera non dice. La Cappella Sistina sta ancora lì, e ieri Francesco ci ha portato 150 clochard. 150, come quei morti. Tu guarda i destini. La Sistina sta ancora lì, ma domani, o ieri sera, potrebbe caderci sopra un pilota apostata, un deluso d’amore, un islamista. Chi garantisce di no? Mi viene in mente anche il Papa di Nanni Moretti, che non stava bene nei suoi panni nuovi, nelle scarpe. E mi viene in mente soltanto che per non ammazzarsi a 150 per volta, e passeggiare felici sotto il Giudizio, bisogna stare bene nelle proprie scarpe. Fossero pure ortopediche, o piene di buchi. E anche per camminare in cielo, senza cadere giù.       

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