Quel che Giussani diceva dei padri, e F. Merlo non sa

Nel giorno di San Giuseppe, il maestro d’immoralia Francesco Merlo ha iniziato così, su Rep., la sua omelia
Nel giorno di San Giuseppe, il maestro d’immoralia Francesco Merlo ha iniziato così, su Rep., la sua omelia clericale – chiamarla laica sarebbe insulto pure a Sciascia, che Merlo sente di dover sempre citare, credo in quanto siciliano, affinità non ne intravvedo altre – perché tutta sul peccato, fattispecie di reato, la predica giostra. Inizia così, dicevo: “‘Prima che da ministro devi dimetterti da padre’, gli avrebbe detto don Giussani, se davvero era quel ‘San Gius’ che ci raccontano loro”. Gran retorica omiletica, questo va da sé. “Lupi rovescia qui il famoso familismo amorale del Meridione”, poiché (peccato o reato?) “è papà Maurizio che poggia la sua innocenza sulle spalle del figlio colpevole”. In virtù di cosa, di una frase che in ogni dinamica familiare, e non familista, è un rabbuffo, ma qui diventa inevitabilmente “la spregiudicatezza del militante di Cl”? Conosco Maurizio Lupi. Non conosco suo figlio Luca, che immagino magnifico. Non perché i figli sono figli, eccetera. Ma perché, semplicemente, sono. Ho conosciuto anche don Giussani, di lui ricordo una frase, che ha detto davvero, senza lasciarla apocrifare a Merlo: “Il padre è il segno immediato del Mistero che ci ha fatti, il segno immediato di Dio, qualunque uomo sia stato – degno o non degno non c’entra, è l’essere segno che c’entra”. Questo pensava il don Gius dei padri. Quello che penso io di chi ne straparla, di Giussani e dei padri, non è un mistero.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi