Chi sono io per non fare una commissione d’inchiesta?

Sono convinto di non aver convinto nessuno.

Sono convinto di non aver convinto nessuno, quella che mi insegue è una leggenda non solo metropolitana ma ormai transcontinentale”. Così monsignor Antonio Mennini, nel 1978 don Antonello, oggi arcivescovo, sentito ieri dalla commissione parlamentare sul caso Moro (la terza), la stessa che tre settimane fa spedì la scientifica in via Fani per dei rilevamenti laser in perfetto stile telefilm sui cold case. Un uomo politico avveduto come Beppe Fioroni, che la commissione presiede, si era pericolosamente spencolato a dire che “il nuovo corso di Bergoglio ha creato le giuste condizioni per un ulteriore approfondimento”. E ieri, dopo che Mennini ha negato, non era la prima volta, di essere mai entrato nel covo delle Br, né tantomeno di avervi confessato e comunicato lo statista della Dc, ha ribadito: “Abbiamo sciolto tanti dubbi che avevamo e abbiamo acquisito alcune certezze”. Peccato che Mennini avesse detto le stesse cose tutte le altre volte che fu ascoltato, sette in tutto, finché nel 1995, per iscritto, comunicò alla nuova commissione di non avere nulla da aggiungere. Fioroni non so, ma noi un nuovo dubbio sul caso Moro ora ce l’abbiamo. Hanno detto che Mennini ha deciso di testimoniare su richiesta di Papa Francesco, ma non è vero, il Papa non c’è entrato. Non è che “il nuovo clima” creato da Francesco dà un po’ le traveggole, se siamo di nuovo alle prese con la leggenda trascontinentale, quella della confessione nel covo, messa in giro da un Francesco anche più burlone di Bergoglio? Uno che si chiamava Cossiga.

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