Gli inesorabili big data e la “virtù meno apparente”

Ad esempio Obama è un fanatico dei big data.

Ad esempio Obama, del quale non vogliamo nemmeno domandarci in quale segmento del Grande Conteggio possa essere collocato (diversamente dal vecchio Bubba Clinton, che qualche indizio in più lo fa venire in mente) è un fanatico dei big data. Cioè di quel modo di pescare a strascico con numeri giganteschi su tutti i fenomeni di rilevanza sociale onde rivelare insospettabili rapporti, magiche dipendenze, effettuare previsioni sui comportamenti per poi decidere (il senso grossolano della storia è quello) come debba essere la vita di tutti. Nel nostro simpatico mondo decrescente in cui tutti giuriamo che “piccolo è bello”, epperò ci facciamo pianificare la vita dai big data, è spuntata un’inedita applicazione della Grande Misurazione a quel campo della vita maschile per cui, secondo antiche credenze suffragate da millenni di verifiche sul campo, piccolo non è esattamente bello. Al King’s College di Londra hanno misurato 15 mila peni maschili, per scoprire se mai esista pure qui la misura aurea. Psichiatri e neuroscienziati: giusto per capire che l’intento, più che statistico, è normativo: “Lo scopo è aiutare i medici a rassicurare i pazienti sulle loro normali misure”. L’utilità dei big data “per scoprire se è vero quanto si dice intorno ai nani / che siano i più provvisti della virtù meno apparente”, come cantava il poeta (e scoprire che no, invece, a quanto pare non è così). 

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