Lo scoop collettivo e l’editore dalla schiena dritta

La direzione è “orgogliosa”. E fermamente condanna “l’intrusione nel contenuto editoriale”.

La direzione è “orgogliosa”. E fermamente condanna “l’intrusione nel contenuto editoriale”. Mica siamo nel paese degli editti bulgari, del conflitto d’interessi come aspettativa di vita. Che poi, per fare un lavoretto così, c’eravamo messi in tanti, mica soltanto i nostri. Sessanta testate diverse eravamo, ché in gioco c’è la libertà di stampa, forse la democrazia economica tutta intera. Orgogliosi, la parola giusta. Specchio dei desideri di ogni schiena dritta. E ce ne fossero, giornali con la schiena dritta, fino alla sciatica. Di quelli che incassano la velina, spulciano l’elenco, copia-incollano il dossier e non ci pensano due volte. No. Anzi pensano a coordinarsi per l’uscita collettiva, ché il giornalista, si sa, è collettivo. Ce ne fossero anche da noi (anzi, qualcuno ce n’è). C’è forse, di diverso, qui da noi, che non mancano i direttori coraggiosi. E i giornalisti. Mancano gli editori. Tipo quel signore molto ricco e agée, invecchiato come un buon cognac da lunghi anni tra le cose belle, che a un certo punto ha sbottato: “Non è per questo che sono venuto in soccorso del Monde, che ho permesso ai giornalisti di essere indipendenti”. Pierre Bergé parlava dell’ultimo colpo del suo giornale, la lista della spesa di Falciani, che da titolazione diventa lo scandalo SwissLeaks: “Il ruolo di un quotidiano è quello di gettare in pasto il nome delle persone? Questa è delazione, è populismo, fatto per assecondare gli istinti peggiori. Sono dei metodi riprovevoli”. Follow the money, già.

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