Non c'è più la concorrenza di una volta. Un'altra ipotesi sulla morìa di start up americane

Nell’attuale sistema capitalistico, il meccanismo della concorrenza sarebbe lievemente mutato, favorendo una concentrazione di potere di mercato in un numero minore di imprese eccellenti. Uno studio dell'Ocse

Non c'è più la concorrenza di una volta. Un'altra ipotesi sulla morìa di start up americane

Oggi, come ogni lunedì, è andata in onda "Oikonomia", la mia rubrica su Radio Radicale. Qui potete ascoltare l'audio, di seguito invece il testo con i link.

Nella scorsa puntata di “Oikonomia”, oltre a definire il concetto di “start up”, ho segnalato alcuni dati ufficiali degli Stati Uniti che dimostrerebbero una frenata significativa nella creazione di nuove imprese, che esse siano di carattere tecnologico o meno. Ho elencato anche alcune ragioni plausibili di questa morìa di imprese nuove e giovani negli Stati Uniti: l’eccesso di regolamentazione post crisi, l’autunno demografico che investe il paese, una cultura del rischio che tende a svanire nelle nuove generazioni di americani e non solo.

Alcuni ascoltatori mi hanno segnalato però un’altra ipotesi esplicativa del presunto minor peso delle start up: nell’attuale sistema capitalistico, il meccanismo della concorrenza sarebbe lievemente mutato, favorendo una concentrazione di potere di mercato in un numero minore di imprese. Questa tesi è stata affrontata in particolare da Adrian Wooldridge, columnist del settimanale Economist per il quale tiene la rubrica “Schumpeter”, che proprio in questi giorni è tornato a scriverne sul suo giornale.

Wooldridge ha dato infatti conto di uno studio appena pubblicato da tre ricercatori dell’Ocse – Dan Andrews, Chiara Criscuolo e Peter Gal –, secondo il quale le aziende private che detengono un primato in un certo settore tendono oramai a rimanere sempre più in questa posizione di leadership. E’ soltanto uno degli aspetti di questa nuova tendenza “winner takes all” che Wooldridge e altri denunciano. I ricercatori dell’Ocse hanno studiato la performance tra il 2001 e il 2013 di un gruppo rappresentativo di aziende domiciliate in 24 dei 35 paesi membri dell’organizzazione internazionale. Hanno scoperto che il top 5 per cento di queste imprese, soprannominate “imprese di frontiera”, ha continuato a vedere crescere la propria produttività, mentre il restante 95% ha visto la propria produttività rimanere stagnante. Tre quarti del gap di produttività tra le imprese di frontiera e le inseguitrici si sono creati in realtà prima della crisi finanziaria del 2008, facendo pensare dunque a una tendenza di lungo termine. La divergenza tra i due gruppi di imprese, scrive Wooldridge sintetizzando lo studio, varia da settore a settore: la produttività per esempio è aumentata del 2,8% all’anno nelle aziende manifatturiere di frontiera, contro lo 0,6 per cento della maggioranza delle inseguitrici; la produttività invece è aumentata del 3,6 per cento all’anno nelle aziende di frontiera del terziario, contro lo 0,4 per cento della maggioranza delle inseguitrici del terziario.

Questo piccolo gruppo di aziende di frontiera, che da anni non fa che rafforzare il proprio primato in ogni settore, è caratterizzato generalmente da un forte sviluppo tecnologico e da un ricorso massiccio ai brevetti, oltre che da una propensione a confrontarsi continuamente con la concorrenza internazionale. L’emergere e l’affermarsi nel tempo di queste società di frontiera, osserva Wooldridge sull’Economist, può cambiare radicalmente il meccanismo della concorrenza per come lo conoscevamo, eliminando l’effetto riequilibratore che tradizionalmente hanno le nuove aziende emergenti nel momento in cui fanno meglio di un incumbent. E da cosa dipende questa svolta “elitaria” della battaglia di mercato tra le aziende dei paesi industrializzati?

Secondo una prima spiegazione molto in voga, la tecnologia digitale favorisce il fenomeno del “winner-take-most”, cioè del vincente di un momento che continua ad avvantaggiarsi sugli altri concorrenti per il solo fatto di aver vinto una volta. Secondo l’Economist, ciò è dovuto a una combinazione di costi marginali contenuti (che consentono a chi arriva per primo di crescere rapidamente) ed effetto-network (che amplificano e rendono profittevole la popolarità).
Una seconda spiegazione, secondo il settimanale inglese, si trova nella capacità di molte di queste società di frontiera di scoprire la ricetta segreta (e migliore) per il proprio settore, con innovazioni tecnologiche o di management particolarmente avanzate che poi è più semplice alimentare quando si entra nel gruppo transnazionale delle aziende di frontiera.
La terza e ultima ipotesi chiama ancora in causa l’innovazione tecnologica: la diffusione di quest’ultima, secondo tale punto di vista, sta vivendo una fase di stallo. Le idee più innovative non si stanno più trasmettendo attraverso l’economia nella maniera in cui accadeva prima, lasciando così che le idee migliorative della produttività si concentrino solo nelle aziende di frontiera. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che, in un’economia fortemente basata sulla conoscenza, soltanto le aziende di frontiera riescono ad assumere i lavoratori più qualificati. Oppure potrebbe accadere in ragione di politiche pubbliche concepite in maniera erronea che limitano l’esposizione di alcuni settori alla concorrenza globale.

Ciò detto, ecco dunque un’altra ragione che potrebbe spiegare – tra le altre cose - alcuni numeri non troppo positivi giunti dall’America a proposito della nascita di nuove aziende.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Non è intelligente, ma da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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